Dante Alighieri nel mezzo del cammin di questa crisi
Botticelli, " Portrait de Dante Alighieri", v. 1495 Détrempe sur toile 54,7 x 47,5 cm © Coll. Part. Genève
Botticelli, ” Portrait de Dante Alighieri”, v. 1495
Détrempe sur toile 54,7 x 47,5 cm
© Coll. Part. Genève

Con la presentazione del programma è partita, nella lunga strada verso l’anno in cui si celebrerà il settimo centenario della scomparsa del sommo poeta, la quarta edizione di Dante 2021; rassegna di mostre, incontri con studiosi ed esperti, e una serie di spettacoli intorno alla figura di Dante Alighieri. La quarta edizione, 2014, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, con l’Accademia della Crusca e l’alto patronato del Presidente della Repubblica si svolgerà a Ravenna dal 10 al 12 settembre.

Il grande Alighieri, con il suo spirito che aleggia, torna a dirci attraverso la sua Comedia, ormai opera di letteratura mondiale, l’attualità del suo dire e l’universalità del suo pensiero. Si ricorre alfine sempre ai grandi maestri perché la crisi è quasi sempre una crisi di valori. E noi viviamo tempi agitati. Tempi di crisi economica e di crisi culturale, che a quanto pare sono la stessa cosa. Sono tempi in cui il progresso scientifico e i passi della tecnica hanno cominciato a staccarsi proprio da quel passato di valori, e questa distanza non può che mettere in chiara difficoltà le persone, perché non si può cavalcare il futuro senza avere le staffe dei valori del passato, a meno di non essere in grado di cavalcare senza sella, cioè senza cultura.

La funzione strumentale della scienza, cioè il dover ridurre ogni ricerca in un dato tecnico da cui ricavare denaro non ha fatto altro che creare un nuovo aspetto morale della civiltà. L’umano preso in contropiede da questo scollamento realizza solo che nella vita bisogna rincorrere l’affermazione economica che ci può portare al possesso di beni materiali e a uno stato sociale di potere. Gli oggetti sono diventati entità da amare, e le persone sono diventate  esseri da usare. E se il denaro diventa l’unico metro di giudizio, la divinità cui bisogna guardare, è chiaro che tutto acquista i colori di una gara dove la furbizia, l’illegalità, e la competizione senza scrupoli contro gli altri divengono qualità utili.

Il progresso si trasforma da strumento di edificazione in strumento di distruzione, mentre i valori che dovrebbero essere la bussola per la ricerca di innovazioni positive, riescono solo a creare nuove forme di schiavitù. I valori possono essere cercati solo nel sapere, che è ciò che guida e identifica i popoli e la razza umana intera. Emerge già da tempo infatti il dato che la cultura debba essere il motore dello sviluppo nel nostro paese. Essa  può salvare l’Italia, ma deve essere messa al centro di una serie di azioni di recupero  e di rilancio. L’unico modo per contrastare anni di abbandono di una classe politica che in virtù del fatto che si poteva scialacquare hanno tradito bellamente la nostra vocazione di fondo che già Dante aveva intravisto.

Ciò che sappiamo è ciò che siamo, e il ravennate oltre ad aver strutturato una lingua ha vinto una sfida colossale andando ad unificare gli spiriti di un popolo, e l’unanime ammirazione per i suoi versi ha fatto poi nascere l’idea stessa di cultura italiana. Discorso che chiaramente è andato ad innestarsi su quanto già avevano lasciato sedimentare la cultura greca e quella latina. e fu visto poi dagli italiani del risorgimento come un padre della patria. In realtà ha sempre portato linfa e nutrimento a tutti i poeti, gli artisti e agli scrittori di quegli anni, ma anche a quelli di oggi .

Analizzando con straordinaria lucidità lo stato dei sentimenti e delle aspirazioni degli italici, esaltandone il passato, ed auspicando un futuro di pace di concordia, ha ispirato il recupero dei suoi versi di Benigni e di tanti altri.

Fatti non fummo per viver come bruti dunque e una ricerca alimentata dalla luce dei valori e della cultura sembra essere l’unica ricetta, perciò sembra strano che il padre della nostra cultura abbia forse assassinato il cuore stesso della ricerca incarnato da Ulisse. Il padre di quel Telemaco, riportato da Renzi agli onori della cronaca, il navigatore instancabile retto da principi incrollabili e guidato da un faro che era la curiosità del sapere, viene raffigurato all’inferno nel capitolo ventiseiesimo come il re dell’inganno. Guarda caso lo stesso capitolo dove compare il famoso endecasillabo fatti non foste per viver come bruti.

Padre, della cultura si intente, quale girone dovremmo inventare e in quale inferno, per sistemarci la banda di accoliti che ha guidato le sorti del paese e della cultura negli ultimi anni?

© Riproduzione Riservata

Commenti