Taormina: amori e peccati a Casa Cuseni

Il “pazzo inglese”, lo avevano definito affettuosamente i taorminesi. E non soltanto per il suo aspetto (alto e filiforme, occhi azzurri, baffi in stile edoardiano, stravagante nel vestire, con i suoi gilet multicolori); anche, se non soprattutto, per le enormi somme che il pittore Robert Hawrthon Kitson aveva speso e spendeva, attingendo in banca ai conti in sterline che il padre industriale aveva lasciato morendo ai figli, per farsi la villa in una delle zone più suggestive ma impervia e arida di Taormina, quella che dalla strada sovrastante l’antico “borgo”, oggi circonvallazione, arrivava al santuario della Madonna della Rocca.

Una scarpata selvaggia, che diventava un incanto della natura soltanto per pochi giorni l’anno, in coincidenza con la fioritura dei mandorli, a fine gennaio. Lui, il “pazzo” arrivato dall’Inghilterra con tanto denaro da spendere, trasformò in pochi anni quella scarpata di selvaggia bellezza in una incantevole oasi di verde, vi piantò cipressi, pini, palme, selci, ulivi, alberi da frutto di ogni genere, piante esotiche (importate dall’Africa e dall’Asia), e vi costruì al centro quella che è stata sempre considerata (ed è ancora oggi) una delle più belle ville di Taormina.

Una residenza da Lord inglese nell’isola del “Gattopardo”. Niente a che vedere, chiaramente, con i sontuosi e austeri palazzi settecenteschi del principe Tomasi di Lampedusa a Palermo e S. Margherita Belice (la famosa residenza estiva di Donnafugata); niente a che vedere con lo stile rococò dei saloni di quei palazzi, con il “respiro storico” che vi si percepiva e percepisce. La residenza del pittore gay Robert Kitson a Taormina, nelle linee architettoniche e nell’arredamento, ha l’impronta decorativa e la raffinatezza artigianale del liberty inglese. Tutt’intorno, un giardino immenso, attraversato da viali selciati con ciottoli da spiaggia, tra muri in pietra semicoperti da cascate di buganvillee e gelsomini, sedili in angoli appartati (che sembrano fatti apposta per momenti di intimità), vasche di papiri egiziani, aiuole grandi e piccole con i colori dei gerani, dei glicini, delle violacciocche (c’è chiaramente la mano di un signore che, con le tasche piene di sterline, aveva anche il gusto ed il culto delle cose belle). Ed un panorama mozzafiato, con il vulcano Etna ammantato di neve per cinque mesi l’anno ed il mare di Naxos, prima colonia greca in Sicilia.

Una casa-museo (piena di affreschi, quadri, ceramiche, mobili antichi, pezzi d’arte), alla quale Daphne Phelps, nipote del pittore Kitson, ha dedicato un libro di successo, “Una casa in Sicilia”, in inglese e in italiano. Casa Cuseni, il suo nome, dal quartiere in cui sorge. Dichiarata oggi “monumento nazionale” e protetta dal più importante museo di arte e design del mondo, il “Victoria and Albert Museum” di Londra, è stata uno dei “salotti” più ambiti nella Taormina e nella Sicilia del primo dopoguerra. Ed è il “respiro” della cultura che affascina i visitatori, non meno di quello della storia che li incanta negli antichi palazzi del “Gattopardo”.

Famosissima, certamente, come “casa museo” e “salotto letterario”. Ma Casa Cuseni lo diventerà anche per i grandi amori (le “follie d’alcova”, dovremmo dire) dei suoi prestigiosi frequentatori (letterati, pittori, scultori, musicisti, scienziati, attori, di tutte le nazionalità, non soltanto inglesi, e non necessariamente omosessuali), ai quali il pittore Robert Kitson, uomo di grande cultura, laurea a Cambridge in scienze naturali a indirizzo geologico, era in grado di offrire anche ospitalità: lo farà anche la nipote erede, alla sua morte (nel 1947).

Avvenne in questa splendida villa, nel 1950, la rottura del terzo matrimonio del settantottenne filosofo-pacifista Bertrand Russell, Lord inglese e premio Nobel per la Letteratura, con la quarantenne Patricia detta Peter, sua ex allieva a Oxford, la quale non ci pensò due volte a rifare immediatamente le valigie e lasciare Taormina da sola quando scoprì che il marito filosofo “filosofeggiava” un po’ troppo allegramente con la trentanovenne nipote del pittore Kitson. Ed a Casa Cuseni, nel 1969, nacque la appassionatissima “amicizia particolare“ del commediografo americano gay Tennessee Williams, quarantottenne, già ricco e famoso per i suoi drammi trasferiti a Hollywood in film celebri (da “Zoo di vetro” a “La rosa tatuata”, “Un tram che si chiama desiderio”) ed ospite della Phelps per una settimana, con il trentacinquenne pittore suo connazionale Henry Faulkner, allora sconosciuto e squattrinato, che nella villa del pittore Kitson viveva stabilmente in due stanzette destinate un tempo al giardiniere.

Una camera a Casa Cuseni, la più bella, porta il nome di Greta Garbo. Vi passò una notte da sola, la divina, nel 1962 (aveva 57 anni). A Taormina era ospite del dietologo Gayelord Hauser, tedesco naturalizzato americano, notoriamente omosessuale, che era stato sul punto di sposarla a Hollywood, qualche anno prima che la celebre interprete di “Mara Hari”, “La regina Cristina” e “Margherita Gauthier” abbandonasse clamorosamente il cinema, a soli 36 anni. Greta, spiegò il famoso “fotografo delle regine” Cecil Beaton che fu uno dei suoi grandi innamorati, “era assolutamente incapace di amare un uomo, con un rapporto vero, autentico”. I suoi amori, dopo la sua clamorosa fuga da Hollywood? Il costumista Adrian, omosessuale e il direttore d’orchestra Leopold Stokowski, omosessuale. Ed a ospitarla a Taormina era il dietologo gay Gayelord Hauser.

Andarono insieme a Casa Cuseni, Greta e Gayelord, invitati a cena dalla Phelps (grande amica della “divina”, che aveva incontrato spesso a Londra), ed il dietologo tornò da solo nella sua villa al mare tra Taormina e Letojanni. La sua illustre ospite Garbo, incantata dal panorama da favola che aveva ammirato per l’intera serata, non resistette alla allettantissima prospettiva di poter ammirare anche una “alba dorata” da quelle terrazze e accettò senza fiatare l’invito dell’amica Daphne a passare lì la notte. Andrà a prenderla in auto l’indomani mattina, il suo anfitrione Gayelord. E l’amica Greta gli spiegherà che a letto non c’era andata: aveva aspettato l’alba nel terrazzo della sua camera, senza staccare mai gli occhi da quel “meraviglioso spettacolo della natura”.

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