Scuola, è vera riforma quella della Giannini?

Si annuncia sul fronte scuola un autunno caldo. Già i comitati precari scaldano i muscoli e si preparano a contestare la Giannini e la sua riforma della scuola. In questi anni abbiamo assistito a fantomatici tentativi di riforma, che hanno ottenuto un solo risultato, cioè quello di distruggere un sistema scolastico, che con tutti i suoi limiti aveva consentito al paese di andare avanti. E cosa hanno prodotto? Innanzitutto hanno reso gli studenti utenti; hanno ridotto le ore di insegnamento per le singole discipline, accorpato la storia e la geografia nei licei facendo nascere la geo-storia; ridotto le ore di italiano, ecc. Hanno ancora dato troppo peso alle famiglie ed ai dirigenti scolastici ed i docenti così sono stati costretti a fare quel che potevano ed a difendersi nella loro azione educativa dagli studenti (che hanno sempre ragione!), dai genitori, e spesso anche dalla stessa istituzione scolastica.

Ora arriva la riforma Giannini? Ma è vera riforma? E difatti in cosa consiste? Sostanzialmente poggia su due principi, almeno da quello che al momento sappiamo. Primo fra tutti l’aumento dell’orario di lavoro per i docenti (il ministro dice su base facoltativa), secondo la riduzione del ciclo di studio delle superiori da cinque a quattro anni. Il primo dovrebbe fare delle scuole dei centri territoriali con funzione culturale. E per fare nello specifico   cosa? Non si comprende bene. Insomma i docenti invece di essere preposti alla formazione delle nuove generazioni (compito difficilissimo e delicatissimo!) diventerebbero una sorta di educatori culturali in un discorso più vasto che è la realtà del territorio. Quindi non più scuola, ma qualcosa di completamente diverso e di cui esistono sui territori già tante realtà, che spesso chiudono per mancanza di risorse economiche. Ma veniamo al secondo punto. Il ministro che ha così a cuore la formazione delle nuove generazioni ritiene che studiando di meno gli studenti potranno avere la possibilità di integrarsi meglio nel   mondo del lavoro e quindi progetta la riduzione dei cinque anni   delle superiori a quattro!

Insomma un grande progetto di riforma che sicuramente cambierà radicalmente la scuola italiana! Perdonate l’ironia, ma se questa è l’idea di scuola che ha il governo Renzi bisogna proprio riconoscere che la montagna ha partorito un topolino e non è molto diversa da quella dei governi precedenti! Come può la nostra scuola, e questo dobbiamo domandarcelo noi tutti, vincere la sfida della modernità se non si studia più bene l’italiano, la storia, la geografia, il latino (perché le ore sono troppo poche) e se addirittura nel prossimo futuro si studierà ancora di meno?

Si possono studiare bene certe discipline, ci domandiamo, riducendo gli anni da cinque a quattro? Non comporterà tutto questo un’ulteriore riduzione in pillole dei contenuti? Cosa si cela dunque dietro questa ennesima riforma? Qual è il vero obiettivo?

Scrive Fabio Luppino sul “IlsecoloXIX”: «Le 24 ore costituirebbero una rivoluzione nella gestione degli organici da parte delle scuole alle quali sarà permesso un diverso impiego del personale sia precario che di ruolo. L’obiettivo è di utilizzare i docenti oltre le 18 orelavorative: ci aveva provato Monti con l’imposizione delle 24 ore settimanali per decreto. Un tentativo che era al di fuori di qualsiasi possibilità e che aveva come unico risultato la riduzione secca di posti di lavoro, bloccata dalla mobilitazione sindacale. L’obiettivo, però, rimane.»

Non è da escludere che ancora una volta dietro presunti disegni di riforma si celi invece la volontà ragionieristica di tagliare solo ed esclusivamente dei posti di lavoro, snaturando ancora ulteriormente il ruolo che invece deve avere la Scuola, cioè quello di formare le nuove generazioni. Un docente deve fare il docente e non l’operatore culturale per il territorio dove esercita il proprio lavoro. Il docente deve lavorare in classe e soprattutto a casa, studiando, ampliando la sua cultura ed i suoi interessi umani il più possibile. Come quello del medico e come ogni altra attività di alta professionalità, è un lavoro che non si misura quindi sulla quantità, ma sulla qualità. Un docente potrà trasmettere il proprio sapere ed appassionare i propri allievi tanto più quanto più vasta sarà la sua cultura.

La riforma della scuola non la si fa quindi aumentando il numero delle ore, ma parte dall’abolizione di tante norme inutili che negli ultimi anni hanno impedito agli stessi docenti di fare il loro lavoro. In primis bisognerebbe una volta per tutte abolire l’idea della scuola come azienda. La scuola deve essere pubblica, aperta a tutti, e soprattutto ai meritevoli.

Bisogna smettere di criminalizzare i docenti e disconoscere il ruolo che hanno nella formazione delle nuove generazioni. La loro professionalità non va assolutamente ridotta ad un ruolo puramente impiegatizio, perché in questa idea si cela non un disegno di Riforma, ma la morte di un’idea di scuola che con tutti i suoi limiti ha finora consentito ai nostri studenti di distinguersi sul piano internazionale e spesso di esportare all’estero letterati, scienziati ed intellettuali di grande livello.

Il docente deve insegnare e basta e gli deve essere riconosciuto il giusto compenso per il lavoro che svolge e gli deve essere lasciato il tempo per aggiornare le proprie conoscenze.

Cosa dunque ci aspettava che facesse il governo Renzi? Per prima cosa che pur conservando l’attuale orario di lavoro ci fossero più ore per le singole discipline e che sul piano dei contenuti specie nell’anno terminale le ore aumentassero ancora di più, in quanto la nostra scuola ha un ritardo di almeno cento anni, dovuto al fatto che i docenti non riescono mai a trattare adeguatamente il Novecento.

Ci si aspettava un maggiore investimento per le lingue straniere, magari con più ore di lezioni, con più lettori madrelingua e possibilità per gli studenti meritevoli che non hanno i mezzi di soggiorno studio all’estero.

Ci si aspettava un raccordo, al momento inesistente, tra la scuola superiore e l’università, in quanto non è concepibile che le novità della ricerca letteraria e scientifica non abbiano alcuna eco nella nostra scuola superiore.

Ci si aspettava, se proprio deve esserci una valutazione dei docenti, che questa avvenisse sulla produzione di pubblicazioni scientifiche (in particolare per la scuola superiore), e non su corsi di formazione organizzati da consorzi che hanno il solo fine di fare soldi.

Ci si aspettava una maggiore valorizzazione del canale professionale ed un orientamento interno, fatto dall’istituzione e non dalle famiglie, che consentisse di orientare gli studenti secondo le loro reali predisposizioni.

Ci si aspettava che favorisse la collegialità all’interno delle scuole con la possibilità da parte dei docenti di eleggere su base biennale il dirigente.

Ci si aspettava tanto e tanto altro da un governo che voleva inaugurare una nuova stagione della scuola italiana, ma ancora una volta si ha la sensazione che le speranze degli italiani saranno purtroppo deluse e tradite!

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