La giornalista iraniana Marzieh Rasouli è di nuovo in carcere

Appare come una “serie” la nostra. Scriviamo, di volta in volta, una nuova puntata di una “storia infinita”, che investe il complesso universo dell’informazione. Nel mondo, da sempre, i confronti accesi tra coloro che danno le notizie, operano nei campi più ostici di paesi investiti da guerre, dittature e pseudo democrazie, rientrano a loro volta, nella sfera del giornalismo.

I giornalisti, si trovano a dover dare comunicazione di loro colleghi che sono stati rapiti, incarcerati, costretti al silenzio, perché portano avanti inchieste pesanti, in settori delicati come quello dell’economia, della politica; e affondano le mani, nel fango della società. Dare giusto rilievo ai fatti, provare a fare buona informazione, richiede sangue freddo e capacità di analisi ma questo, non è gradito a chi vede la notizia, come messaggio di propaganda. Tutto ciò che attenta al “sistema”, deve esser filtrato o peggio ancora, epurato. Ma molto di quello che i giornalisti raccontano, da quei fronti lontani ed indecifrabili agli occhi della gente, un giorno, farà parte dei documenti storici. Se un tempo, venivano redatte cronache e resoconti di battaglie e vita vissuta, oggi c’è il reportage, l’articolo e l’agenzia, che nell’immediato fornisce una prima visione dell’accaduto.

In questo variegato mondo, lavorano quelli che hanno la responsabilità di dire “come vanno le cose” anche se queste, sembrano indigeribili al potere. E nel caso in cui, il potere è abituato ad utilizzare vie sbrigative per eliminare i problemi, si sente parlare di sparizioni, morti sospette, punizioni corporali.

Un paio di giorni fa, la blogger e giornalista freelance iraniana Marzieh Rasouli, è di nuovo stata condannata al carcere, due anni, ed alla pena corporale di 50 frustrate. Lo ha annunciato lei stessa, su Twitter: “Oggi devo andare in prigione”, ha scritto. L’accusa avanzata dai procuratori di Teheran, è quella “di propaganda contro l’establishment e reati contro l’ordine pubblico e per aver partecipato a raduni”. Un attacco all’apparato, un’azione di propaganda anti-regime quindi, da parte di Marzieh Rasouli, molto conosciuta per le rubriche di cultura ed arte su riviste riformiste e sui quotidiani Etemaad e Sharg, dove ha pubblicato numerosi articoli indipendenti.

Nel nostro paese, per fortuna, godiamo di un sistema democratico e nonostante il corpo a corpo tra la stampa e le istituzioni si trasformi in querele, diffide, e tentativi di estromissione da campi più delicati, di certo, non vengono applicate soluzioni di tal genere. Naturalmente, sono molti, troppi, i giornalisti che per fare il loro mestiere, sono stati fisicamente eliminati dalla criminalità organizzata o vivono quotidianamente, la paura di azioni violente nei loro confronti; ma che un governo adotti pene lesive della libertà individuale per censurare la volontà di “dire la verità”, ci appare fuori da ogni logica contemporanea.

La Rasouli era stata arrestata, la prima volta, nel 2012 per il suo attivismo e perché aveva partecipato ad alcune manifestazioni di protesta ma era stata rilasciata dietro il pagamento di una cauzione. L’esito positivo era stato raggiunto dalla campagna internazionale, lanciata per la sua liberazione, quando l’arrestarono le vennero sequestrati il computer, il cellulare insieme ad altri beni personali. L’attuale condanna è venuta fuori dalla sentenza, confermata in appello dal giudice.

Le donne impegnate nei paesi del Medio Oriente ed in quelli dove l’attivismo è visto come un reato gravissimo, sono numerose perché attraverso la possibilità di dare spazio all’informazione, trovano il modo di emanciparsi e di creare un’aggregazione solidale per le altre donne, costrette alla schiavitù ed alla sottomissione.

Un’altra donna iraniana, una blogger, che si è battuta per il riconoscimento delle donne, è stata arrestata diversi anni fa con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”. Parastou Dokouhaki, venne imprigionata a Teheran; era collaboratrice della rivista femminista “Zanan Magazine” che fu chiusa nel 2009, dopo 16 anni di impegno attivo. La blogger, era una delle paladine della campagna “dei Foulard Bianchi” avviata per dare il diritto alle donne, di entrare negli stadi pubblici. L’arresto della Parastou è ad oggi avvolto dal mistero, perché all’epoca della condanna, faceva la traduttrice per la Fondazione Shariati.

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