Riforme, se il M5s apre e la minoranza Pd chiude

Si a un premio di maggioranza e riduzione collegi – Ennesimo colpo di scena nella partita a scacchi delle riforme. Il Movimento cinque stelle ha deciso di rispondere alle dieci domande del Partito democratico e l’esito sembra essere positivo. Gli stellati hanno detto si ad un premio di maggioranza circoscritto e “nel caso in cui nessuno raggiunga la maggioranza al primo turno, è previsto un secondo turno tra i due partiti più votati, al cui vincitore viene assegnato il 52% dei seggi”. Risposta affermativa anche per la riduzione dell’estensione dei collegi e per verificare preventivamente la legge elettorale alla Corte costituzionale. Via libera, con alcune riserve, alla modifica del titolo V della Costituzione. C’è convergenza sull’abbassare l’indennità dei consiglieri regionali a quella dei sindaci dei comuni capoluogo e eliminare ogni forma di rimborso ai gruppi consiliari delle regioni. I cinque stelle, inoltre, si dicono favorevoli all’abolizione del Cnel ma separato dalle riforme costituzionali in modo da velocizzare i tempi.

Lo scoglio del Senato elettivo – Beppe Grillo e i suoi appoggeranno anche il superamento del bicameralismo perfetto impostando il Senato come assemblea che non si esprima sulla fiducia e non voti il bilancio. I grillini chiedono soltanto delucidazioni sul nono punto: “Che significa che il ruolo del senatore deve essere un incarico non a tempo pieno e semplice espressione delle autonomie territoriali? Perché un ruolo importante come quello del rappresentante delle autonomie territoriali non dovrebbe essere a tempo pieno”? Mentre sull’immunità che non si dovrà trasformare in impunità c’è convergenza. A quanto pare Matteo Renzi e il Movimento cinque stelle sono d’accordo su tutto, ad eccezione dell’elettività del nuovo Senato. Il segretario del Pd è contrario, mentre per i cinque stelle è un nodo cruciale per un’eventuale intesa. Nonostante questo scoglio il Presidente del consiglio è ottimista e parla di “passo storico”. Un risultato insperato considerato il teatrino delle parti andato in scena nella giornata di ieri.

Lo strano atteggiamento della minoranza Pd – I retromarcia di Grillo e l’invito al dialogo di Di Maio da un lato e la spinta a concretizzare di Renzi e i dissidenti democratici dall’altro. E’ questo il quadro attuale del panorama politico. Il Movimento cinque stelle ha avuto il coraggio di mettersi in gioco e i pregiudizi di queste ore nei loro confronti lasciano il tempo che trovano. Prima gli si chiede di scendere dall’Aventino e appena lo fanno li si critica a priori. C’è qualcosa che non va. E’ vero che i dieci si alle domande sono in parte condizionati, ma contemporaneamente sono un terreno di discussione interessante. Non sono una porta in faccia o una minaccia di referendum. Dare a Cesare quel che è di Cesare. Gli stellati stanno giocando le loro carte alla luce del sole, mentre lo stesso non sta accadendo dentro al Partito democratico. Le minoranze, infatti, si contraddicono ogni giorno e la fronda dei dissidenti cresce e si sgonfia in base alle maree. Le dichiarazioni velate di Bersani, il timido alt all’Italicum del Ministro Martina, la strana coppia Mineo-Minzolini, Vannino Chiti e i suoi 20 senatori democratici pronti a dare battaglia al ddl Boschi. Non si comprende se quest’allergia alle riforme istituzionali del governo di Matteo Renzi sia una presa di posizione contro il premier, oppure una visione programmatica completamente diversa dal loro segretario. Sta di fatto che in entrambi i casi, almeno per coerenza, occorrerebbe trarne le dovute conseguenze.

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