Renzi, la minoranza del Pd e di FI e il Rubicone

I giorni decisivi per le riforme – E’ appena iniziata la settimana decisiva per le riforme istituzionali. Il governo di larghe intese dovrà sciogliere il nodo inerente la riforma del Senato, altrimenti si potrebbe aprire lo scenario di una crisi. Ad innescarla, in un contesto del genere, sarebbe il Presidente del consiglio in persona. Matteo Renzi ha ripetuto fino allo sfinimento che non intende farsi logorare dai giochetti che hanno consumato l’autorità e le idee dei suoi predecessori e quindi tornare alle urne, come suggerito dal vicepresidente della Camera Roberto Giachetti, sarebbe una strada percorribile. A quel punto e seguendo la teoria del 40,8%, il premier si augurerebbe di trovarsi in un Parlamento rinnovato e più in linea con la visione che l’ha visto trionfare alle ultime primarie e alle elezioni europee. Da un lato, quindi, i nuovi deputati democratici sarebbero in stragrande maggioranza “renziani”, mentre le forze politiche avversarie del segretario del Pd sarebbero ridimensionate rispetto ad oggi. Pure ipotesi. Sarebbe un azzardo, perché la reazione imprevedibile degli italiani, a quel punto, potrebbe coinvolgere anche Matteo Renzi identificato per ora con la parola “rinnovamento”.

Il Rubicone di Matteo Renzi – Per questi motivi l’ex sindaco toscano ha alzato i toni sia contro la minoranza del suo partito che tenta di minare la proposta di riforma di Palazzo Madama e di conseguenza anche la sua figura, sia contro una parte di Forza Italia rappresentata da Augusto Minzolini che si è schierata in difesa di un Senato elettivo. Eccolo il confine insuperabile per Matteo Renzi. Il suo Rubicone, il limite posto dal governo di larghe intese oltre il quale si è pronti a scatenare una guerra e in questo caso vorrebbe dire elezioni anticipate. Attraversare il Rubicone, per le minoranze del Partito democratico e per Forza Italia, vorrebbe dire ribellarsi apertamente all’esecutivo. Si concretizzerebbe uno scontro frontale dall’esito imprevedibile. Un ennesimo terremoto per la politica italiana. Silvio Berlusconi, dopo l’incontro chiarificatore con il premier, verrebbe smentito pubblicamente e con i fatti da una parte del suo partito e Matteo Renzi andrebbe incontro a una congiura di una parte minoritaria del Pd.

Sull’elettività non si tratta – Il segretario del principale partito di governo teme una “sindrome Bertinotti” dell’ala sinistra dei democratici e per questo motivo non usa mezzi termini: “Chi pone questioni strumentali, oggi, è destinato a fallire, non ci faremo intimidire da chi cerca dei cambiamenti solo per rimettere tutto in discussione”. Se Vannino Chiti, insieme ad altri, è pronto ad indire un referendum contro la scelta del governo inerente le modifiche del Senato, Renzi  non esiterà ad usare il pugno duro. Non ci sarà più una gestione unitaria del partito e questo avrà ricadute sugli incarichi direttivi e sulle dinamiche gerarchiche dei democratici. La non elettività di Palazzo Madama non può essere oggetto di discussione, perché si snaturerebbe l’essenza della riforma. Su questo Renzi non è disposto a mediare: “Chi è più rappresentativo, Mineo e Minzolini o un consigliere regionale? In realtà dietro il nodo della elettività si nasconde soltanto il tentativo di tenere in piedi un sistema di potere, di lasciare intatta la forza attuale dei senatori, proprio quello che stiamo cercando di superare con la riforma costituzionale”. Se, quindi, le minoranze democratiche e forziste dovessero oltrepassare il Rubicone, il Presidente del consiglio non esiterebbe a dire “alea iacta est”. Il dado è tratto e adesso tutto è possibile.

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