Messina e la periferia. Il polmone abbandonato della città

Tra spazzatura e colate di cemento. Il degrado della periferia messinese – Può capitare di girare, in una sera d’estate, lungo le vie della città dello Stretto. In quelle strade poco affollate e per questo motivo distanti dal centro e dalla vita pulsante di Messina. Muovendosi secondo questi itinerari alternativi, tra un semaforo e l’altro, è possibile scorgere il degrado in cui versa la città. La puzza di spazzatura si sente ovunque, colate di cemento vengono innalzate ai bordi della s.s. 114 e sono uno dei motivi dei problemi del traffico, abitazioni abbandonate e nuovi palazzi dal dubbio gusto estetico sorgono da una stagione all’altra, i pochi edifici storici e religiosi costruiti in un tempo ormai lontano sono stretti e ridimensionati dall’incuria e dal cosiddetto progresso, gli spazi verdi hanno più cemento che piante, i mezzi pubblici sono inefficienti se paragonati ai trasporti di una qualsiasi città europea, i venditori ambulanti proliferano di giorno in giorno a ridosso dei marciapiedi e vendono di tutto, l’illuminazione funziona in base a una probabilità ancora non calcolata matematicamente, le fiumare sono discariche a cielo aperto, le erbacce a ridosso delle strade impediscono ai cittadini di camminare sui marciapiedi (quando ci sono). E’ la periferia, il luogo in cui si concentrano la maggior parte degli abitanti delle città contemporanee e quindi, in questo caso, anche di Messina.

Renzo Piano e l’attenzione verso la periferia – Per chi è nato o cresciuto nella città siciliana, fa male notare il degrado di queste zone e fa rabbia assistere all’impotenza e all’indifferenza dell’amministrazione comunale. Se è vero che il tempo per giudicare è ancora troppo poco, dall’altro lato occorre ammettere che i pochi interventi del sindaco Renato Accorinti e della sua giunta hanno riguardato solo ed esclusivamente il centro. Proprio su questo punto l’architetto e senatore a vita Renzo Piano avrebbe qualcosa da ridire. In un suo bell’articolo uscito diversi mesi fa sulla pagina culturale de Il sole 24 ore, l’artista ha sottolineato la necessità di “rendere migliori le nostre periferie”. E successivamente ha aggiunto: “Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie”. L’architetto fa notare, inoltre, come nei centri storici vive soltanto il 10% della popolazione urbana. Tutto il resto si annida in questi quartieri decentrati ai confini con le campagne. E’ qui che si trova l’energia.

Identificare la periferia con il degrado – Con ciò non si vuole lasciare al proprio destino il centro cittadino, ma non si possono neanche abbandonare al degrado le periferie. Ormai nel linguaggio comune, infatti, si identifica il termine periferia con quello di decadimento, rovina. E’ come se queste zone fossero la polvere da nascondere sotto il tappeto della città. Non è possibile andare avanti così. Le periferie non devono essere considerate luoghi in cui le idee innovative, la cultura, lo sport e il verde non riescono a trovare spazio. Messina, purtroppo, è uno degli esempi più lampanti in un simile contesto. La parola cultura è stata bandita dalle sue periferie e nella zona sud della città, trasformata in un polo commerciale costruito in maniera alquanto discutibile, non esiste neanche una libreria, una biblioteca comunale, un piccolo teatro all’aria aperta. Nulla. Gli spazi verdi sono un’utopia e chissà da quanto tempo non si pianta un albero. L’immondizia è in ogni angolo e al di là delle colpe del cittadino comune, non si vede l’ombra di un progetto concreto sulla raccolta differenziata. Anche la parola ecologia è bandita dalle periferie dei nostri tempi.

“Rammendare le periferie” – Uno status che suona come una condanna per chi in campagna elettorale ha abusato del concetto e dell’idea di “bene comune”. Un primo cittadino in grado di pensare soltanto all’impatto mediatico di rammendare il centro (e anche su questo ci sarebbe da discutere) lascia il tempo che trova, soprattutto se questa è la stessa persona che pensa di rispettare le istituzioni camminando a piedi nudi e con la stessa maglietta per i corridoi del comune. Nell’epoca del populismo fa sicuramente notizia ed è in grado di raccogliere un certo seguito, ma non bisogna andare troppo lontano nel tempo per ricordare il Presidente Pertini che faceva dell’eleganza (e la pretendeva dagli altri) il rispetto verso quella Repubblica che rappresentava con il massimo del decoro civile. Occorre andare alla sostanza delle cose e “rammendare le periferie”, come ha detto Renzo Piano, potrebbe essere un buon punto di partenza. Non vuol dire distruggerle, bensì cucirle e rianimarle con strutture pubbliche.

Accorinti e quel populismo che va di moda – Non devono essere troppo estese e occorre riutilizzare le ex aree industriali, militari e ferroviarie abbandonate. Una bella idea sarebbe anche quella di mettere in piedi una green belt, come la chiamano in Gran Bretagna. Una cintura verde in grado di delimitare la città dalla campagna. E’ un qualcosa che dovrebbe piacere al sindaco Accorinti, il quale potrebbe smetterla di perseguire gesti simbolici e fini a se stessi come quello (durante la corsa a Palazzo Zanca) di picconare l’asfalto per piantare un albero. Sarebbe bello passare ai fatti. Le periferie, per farle vivere e non sopravvivere, dovrebbero essere il luogo in cui si costruiscono teatri, musei, università, librerie, luoghi di incontro, centri sportivi. Servono simili strutture per far tornare a parlare e confrontare la gente. Non si può condannarle all’indifferenza verso ogni cosa. La periferia non può essere quel bacino di voti da visitare solo durante la campagna elettorale. Altro tema è quello dell’adeguamento energetico sugli edifici da ristrutturare e non da abbattere. Secondo Renzo Piano bastano piccoli interventi di microchirurgia per far riacquistare la bellezza ad antiche e solo all’apparenza logorate palazzate. Quanto lavoro e nuovi mestieri, anche tramite le tanto famose start up si potrebbero creare. Invece siamo bloccati nel gioco di mostrare all’altro quanto siamo moralmente superiori. Un’attività inutile e vuota perché non possiede una visione futura della città.

© Riproduzione Riservata

Commenti