Forse sono io che sbaglio ma continuo a credere che siamo tutti in pericolo

Il fatto che abbiamo esortato gli artisti a ritrovare il vero senso dell’essere tale, dicendo che una delle prime cose da fare è quella di operare la cucitura dello strappo creato ad arte dal sistema ai principi dell’ottocento, ci ha fatto ricevere una serie di opinioni contrastanti e qualche piccola nota di biasimo. Tornare ad unificare la figura dell’artifex, il puro artigiano e quella dell’artista il solo incaricato di leggere le verità dell’arte, non è sembrata a qualcuno una soluzione ottimale. Anzi secondo certi sarebbe la banalizzazione del lavoro di tanti critici e di pregiati collezionisti che alle volte secondo i più sono disposti a spendere cifre da capogiro per quelle che paiono alle volte semplicemente tele imbrattate o opere esclusivamente provocatorie.

Lontana da noi la minima intenzione di ridurre in questa maniera le grandi opere di tanti che hanno reso straordinarie le dinamiche dell’arte concettuale, né di tutte le correnti dell’arte contemporanea i cui artisti occupano spesso le pagine dei giornali, applauditi come geni o al contrario criticati come imbroglioni o falsi profeti. Né tantomeno l’opera che ne illustrava l’articolo, la Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto voleva rappresentare un esempio di artista del sistema. L’arte povera il movimento di cui Pistoletto faceva parte, partiva proprio da una contestazione al sistema e parte dei loro interrogativi erano volti a stabilire l’identità del rapporto tra i luoghi e i non luoghi dell’arte, oltre alla ricerca dei valori dei materiali e dei processi che li legavano all’arte. La Venere degli stracci rappresentava semplicemente la distanza che esiste tra le due figure, la separazione tra quello che può esserci tra il cosiddetto bello classico e la bellezza nascosta anche nel già fatto, nel ready made cui il grande Duchamp ha dato dignità museale.

Michelangelo Pistoletto che è stato uno dei più grandi animatori dell’arte povera ha sicuramente avuto delle idee che si sposavano con l’arte concettuale, ma la sua storia parte da un lavoro artigianale, cioè l’apprendista restauratore di quadri nella bottega del padre, e dopo una decina di anni a fare l’artigiano e gli studi in una scuola di grafica, non può non aver messo le sue capacità al servizio dell’artista. Le scelte di qualunque artista di allontanamento dalla classicità per arrivare a nuove sponde di interrogativi, sono scelte che devono partire dalla conoscenza e dalla padronanza della classicità e dall’umile lavoro dell’artefice, dell’artigiano. E non possiamo non immaginare Pistoletto con la cura meticolosa del restauratore e l’amore per ognuno di quegli stracci sistemati con cura intorno alla Venere.

Alle spalle di ogni scelta di rottura non può non esistere un grande artigiano, uno che sa realmente fare ciò che la sua mente pensa sia utile realizzare. Kandinsky ad esempio fu uno spirituale che operò un cambiamento radicale nella storia della pittura, ma era uno che partiva dalla pura pittura. Esiste, mentre tutti lo ricordano per le sue geometrie giocose e colorate, un ritratto della moglie con degli occhi così vivi e realistici da far intendere con quale amore la osservava e viveva di quel dipingere classico. Picasso poi è il classico esempio di come prima di cambiare bisogna conoscere con la cura di un artigiano cosa si vuole cambiare. Basta guardare Ragazzo con la pipa per comprendere che grandioso essere artigiano c’era alle sue spalle per apprezzare ancora di più le trame di rottura di Guernica. Prima di distruggere le immagini bisogna essere in grado di costruirle. Lo stesso Duchamp che tanti fa gridare allo scandalo prima di immergersi nella creazione legata alle idee era un grande pittore. Prima di arrivare a mettere un orinatoio in una galleria trasformandolo in una fontana ha dipinto delle opere che erano vera pittura, anche se nella scia del Fauvismo e del Cubismo.

Le scelte sono una cosa e l’incapacità è un’altra. L’onesta di fondo che deve esserci alla base non necessita dell’intervento di nessun critico, se si possiede il giusto atteggiamento libero da pregiudizi e ci si accinge alla fruizione di un opera pensando solo alle emozioni che ci dà, chiunque è in grado di capirlo, se l’artista sta barando o se le sue follie sono ancora da considerare arte. Anche Marzia Migliora, nostra giovane artista di cui sono interessanti le ricerche che toccano i temi del desiderio, della memoria, dell’ossessione, delle paure e delle fragilità in qualunque delle sue opere quando le realizza deve mettere in campo la sua struttura tecnica di artigiano o ha bisogno dell’aiuto della raffinatezza di altri artigiani per impostare la qualità di cui qualunque immagine e qualunque installazione necessita.

Mi piace parafrasare l’idea di una sua opera; è chiaro che non tutti gli artigiani possono essere artisti, ma nessuno può essere artista se non è anche artigiano. Se si continua ad insistere con la separazione ipostatica tra artista e artigiano, a vantaggio solo di chi non vuole che l’arte sia chiara, forse sono io che sbaglio ma continuo a credere che siamo tutti in pericolo.

© Riproduzione Riservata

Commenti