Per gli artisti l’ultima speranza è dedicarsi all’uncinetto

L’arte appare sempre di più collegata a doppio filo con un apparato di mercato. Il prodotto, cioè l’opera d’arte, è sempre più inteso come un puro oggetto di consumo, il cui significato diventa importante quanto più è connesso con le di idee di efficacia e di produttività. Questo ne sta corrodendo come l’acqua fa con i castelli di sabbia, proprio la più grande ambizione. Sta sciogliendo tutte le aspirazioni e tutti i vagheggiamenti che esprimono il desiderio di utilizzare l’arte come una sorta di pietra filosofale che ci possa dare il senso di tutte le leggi del mondo. Captare le possibili verità e cogliere tutte le domande di senso, abbozzando un piccolo segno come risposta e avvicinandosi al mondo della spiritualità che per tanti ha rappresentato.

Tutte le grandi opere d’arte possiedono il senso di una rivelazione, e se pure non arrivano a regalarci delle consapevolezze intorno ai massimi sistemi, sono sempre in grado di metterci di fronte a dubbi laceranti e a domande importanti. Ma come può un oggetto di puro mercato oggi possedere queste qualità?

C’è la tendenza ad attribuire valore autonomo e artistico al gesto dell’artista in quanto tale, cioè in relazione a quanto è il valore di mercato del brand di una firma, slegandolo a volte sia dal rapporto fondante con i fruitori, quelli che leggono e completano l’opera d’arte, sia dal rapporto dalla storia, cioè dalla conoscenza di ciò che è già stato detto e fatto. Spesso si toglie anche ogni importanza alla perizia tecnica, che, per quelli che da tempo masticano di arte, è ciò che ha dato inizio al tutto.

Non di rado un bizzarro anticonformismo permette ad artisti, che magari a stento sanno usare un pennello e malvolentieri reggono uno scalpello, di raggiungere notevoli livelli di notorietà con la relativa ragguardevole quotazione in un mercato insensato. Tante volte galleristi e musei finiscono tra le grinfie di raffinate operazioni pseudoculturali amministrate dalle politiche economiche di gruppi finanziari, e questo conduce ad esposizioni che trasmettono di fondo una mancanza di libertà espressiva, che, quando esiste, è limitata da dinamiche commerciali che ricordano il mondo della pubblicità e della moda.

Il tutto circondato da un pubblico involontariamente muto, involuto e con un senso critico annebbiato dal sentito dire. Cosa rimane da fare all’artista in questo clima scoraggiante?

Per gli artisti non corrono bei momenti, o meglio mala tempora currunt maggiormente per gli artisti che si sentono animati da uno spirito superiore, che li fa fonte di una spiritualità e sfiora la passione religiosa.

Ma non devono rincorrere lo spirito che rincorrevano gli artisti di corte del periodo rinascimentale, i quali non si limitavano a vestire i panni del cortigiano, ma assumevano i modi affettati dei nobili arrivando a non apporre un prezzo per le loro opere, pur gradendo una lauta ricompensa, per imitare il principio dei nobili di non lavorare mai per denaro. Agli artisti non rimane che dedicarsi all’uncinetto.

Non è un’affermazione provocatoria, mi spiego. Il mondo dell’arte moderna è nato dalla separazione della categoria dell’artigiano da quello dell’artista, termine che in passato non esisteva. Questo perché alcuni ismi contemporanei hanno cominciato a dare un’ importanza primaria all’idea e al concetto dell’arte piuttosto che alla sua mera realizzazione. Il minimo rapporto con un accademia di belle arti, oltretutto è in grado di creare un ottimo disegnatore, quindi tutti apparentemente possono essere grandi artisti, specialmente se invece di diventare come in passato artisti di corte sono abili nel trasformarsi in artisti di sistema. Non è cambiato molto in realtà. Come prima esistevano gli artisti di corte, ora son diventati artisti del sistema dell’arte. Detto sistema ha contribuito a rafforzare la figura alta dell’artista separato dall’artigiano. Abbiamo fatto riferimento all’uncinetto perché in passato era un’arte di cui padroneggiavano anche gli uomini, prima che venisse operata la separazione tra le arti femminile e quelle maschili, e tra le capacità dell’artigiano e quelle dell’artista, per cui si attribuiva al primo la regola e al secondo il genio. Sta di fatto che più si diventa bravi tecnicamente, più si è capaci di realizzare con perizia le proprie idee, compreso l’uncinetto, più si esercita la propria perizia, più frecce si è in grado di scagliare con il proprio arco.

Il ritorno alla luce ed alla vera libertà dell’artista, piuttosto che dall’allontanamento dal fare, consiste nella riunificazione di questa figura, nel riportare il genio e la regola sullo stesso piano. All’artista non può bastare il saper pensare, ma deve potenziare le strette competenze della regola per poter dare più possibilità di respiro al genio. Il suo scopo dovrebbe essere tornare ad occuparsi dell’artigiano, dell’artifex che riposa in ogni vero artista, della persona che è in grado di fare con perizia quello che giustamente deve partire dal genio di una innovazione del pensiero.

Anche perché come diceva il grande Picasso l’ispirazione arriva ma preferisce trovarti al lavoro.

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