La cultura è sempre in viaggio nonostante i buchi di senso

L’uomo è sempre stato ammaliato dal viaggio perché è una delle forme più complete di conoscenza, e anche tra le più complesse visto i legami profondi con le paure dell’ignoto che ci fanno leggere come ostile tutto ciò che non conosciamo. Fin dai tempi antichi spinti dalla curiosità di ampliare i propri orizzonti e ampliare il proprio panorama culturale l’essere umano è andato alla ricerca di posti nuovi e alla ricerca del limite, nonostante i timori connessi all’incertezza delle scoperte. La preparazione di un uomo in passato, quando era un po’ calata la forza formativa delle università ha dato luogo a uno dei fenomeni più interessanti del XVII secolo, il Grand Tour. La maggior parte dei rampolli degli aristocratici infatti, si accingeva appena era in grado, a girare attraverso tutta l’Europa per completare il proprio sapere, e spesso l’ultima tappa era l’Italia.

Insieme all’idea di viaggio relativo alla cultura e all’ampliamento delle conoscenze ha sempre camminato il desiderio dell’uomo di conquista, cioè l’appropriazione di un territorio e delle sue risorse, che spesso durante la storia ha portato a episodi di prevaricazione e di violenza. Dal punto di vista storico e antropologico nessuna cultura è libera da sensi di colpa riguardo il rapporto rischioso e deleterio tra il desiderio di conoscenza e il desiderio di conquista, questo perché la cultura può lavorare per l’economia, ma troppo spesso l’economia e la geopolitica non lavorano per la cultura.

In passato gli esploratori e i viaggiatori si servivano di mappe cartografiche, del loro intuito e della loro passione. Il loro viaggio era costellato da una serie di acquisizioni, che arricchivano anche l’anima e portavano guadagno di informazioni anche sulle carte che erano ancora costellate da tanti buchi bianchi. E si aveva abbastanza chiaro il senso del limite, il Finis Terrae sia geografico che mentale, come confine da superare, come porta da varcare al di là dell’oscurità.

Oggi con l’aumento delle tecnologie e delle capacità investigative sembrano invece essere aumentati i buchi di senso. Abbiamo una mappa del pianeta che raggiunge dettagli esagerati, e che ognuno può visualizzare sul proprio cellulare, ma sembra che ciò che manca sia proprio un orizzonte di significato. Il viaggio sembra essere ormai diventata una cosa che va affidata alle agenzie, e più che di scoperte si può parlare di rivisitazione di ciò che abbiamo già visto o letto sui libri, spesso troppo tipico e caratteristico, ma alquanto impersonale. L’uomo però è una macchina straordinaria di desiderio, dotato anche di quella fertile immaginazione che ci porta a guardare sempre più in alto, al punto che ora i confini sembrano essersi spostati nello spazio, e i nuovi orizzonti di conoscenza e di conquista sono diventati altri pianeti da colonizzare, sui quali fondare altre colonie. Tutto però senza considerare che il viaggio più importante è quello che si fa nei meandri profondi dell’animo umano, che se continua a presentare buchi così vasti nelle mappe di orientamento del proprio essere non ci autorizza a pensare che su altri pianeti o su colonie artificiali nello spazio si possa diventare migliori.

Dallo spazio però si potrà avere la giusta visione della nostra terra. La stessa che hanno avuto gli astronauti come Luca Parmitano, che ci ha regalato una serie di foto del pianeta dallo spazio e ha raccontato di come magicamente da lassù di giorno le tracce dell’umano sparissero sciolte nei verdi squillanti del pianeta e nell’immensità del blu degli oceani, per poi riapparire di notte nelle affascinanti geometrie costruite dalle luci che decisamente raccontano la forza e l’inventiva della razza umana. Il viaggio anche alla velocità della luce non potrà mai avvenire senza la presenza dello spirito, e la cultura e la conoscenza non potranno non essere le prime cose che arriveranno su Marte, o su qualunque altro posto dell’universo dove la mente umana si avventurerà.

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