Taormina: chitarra sfasciata in testa al barone gay

Divertenti, nella Taormina dei grandi amatori e dei grandi peccatori, i baroni del ventennio tra le due guerre: certi baroni, veri o presunti, che affidavano il loro prestigio e quello del loro casato (ammesso che ne avessero uno) alla quantità di banconote che riuscivano a far svolazzare sotto gli occhi degli sbalorditi taorminesi. Baroni inglesi, americani, canadesi, che si erano sostituiti ai tedeschi come ospiti fissi.

Uno dei più spassosi era certamente Albert Stopford, inglese di non so quale contea, ricco sfondato, il quale vantava legami di amicizia nientemeno con Giorgio V d’Inghilterra (così dava a intendere) e raccontava di favolose avventure vissute alla corte degli zar in Russia. Alto e dritto come una pertica, baffetti sale e pepe, la “caramella” che gli penzolava sul panciotto rosso, quando arrivava a Taormina per passare l’inverno faceva un paio di volte il corso, avanti e indietro, distribuendo generosamente monete e pacche sulle spalle ai devoti che gli baciavano le mani e facevano festa al suo passaggio. Per tutti, era Mylord, un monumento di stravaganza e generosità, amato da tutti, vecchi, giovani e bambini.

Una sola persona l’odiava: Robert Percyval Campbell, il quale, ovviamente, era ricambiato dello stesso odio. Campbell, azionista in ferrovie e miniere nel Canada e in India, si era fatto costruire nel cuore di Taormina (oggi via Fazzello) una sontuosa casa-museo, in cima alla quale aveva addirittura realizzato un teatro per un centinaio di spettatori, attrezzato di tutto punto, dono d’amore (un amore “particolare”, ben s’intende) ad un attore inglese, Miles Wood, abbastanza noto in gioventù nel suo Paese, il quale per seguire a Taormina il suo ricco e generosissimo amico non aveva esitato ad abbandonare la professione ed in quel delizioso teatrino in cima alla villa reciterà a lungo per gli amici, come protagonista e come regista.

Memorabile lo scontro a suon di biglietti da cento, cinquecento e mille lire che i due baroni ebbero una sera al “San Domenico” (Massimo Simili lo raccontò in un pamphlet dal titolo assai eloquente, “I pazzi a Taormina”). Mylord, quella sera, se ne stava con le spalle rivolte all’orchestra, interessato soltanto ad uno dei ballerini in pista (sì, anche lui, come gran parte dei bizzarri baroni che popolarono Taormina in quegli anni, curava quelle che il francese Roger Peyrefitte definirà “amicizie particolari”). Robert Campbell gli passò accanto, scaricandogli addosso una occhiataccia carica di disprezzo: tirò fuori un biglietto da cento lire (una bella sommetta, allora), lo fece svolazzare un bel poco perché tutti vedessero e lo depose sul palchetto, proclamando ad alta voce perché tutti sentissero: “Cento lire per ballerini e orchestra”.

Mylord non si degnò neppure di osservare il gesto del rivale: ne aveva sentito soltanto la voce. Scattò dalla poltrona come un pupazzo a molla, si accostò anche lui al palchetto dell’orchestra e coprì con un bigliettone da cinquecento quello da cento. “Cinquecento, io, per ballerini e orchestra”, annunciò nel suo coloritissimo italiano, con il tono di chi accettava la sfida. “Mille”, ribatté Campbell. “Due mille”, lo folgorò Mylord. L’orchestra smise di suonare. Orchestrali e ballerini erano come storditi da tanto denaro: mai visti dei matti così generosi. “Due mille con cinquecento”, rilanciò ancora il canadese Robert Campbell, con un gridolino isterico. “Tre mille”, replicò l’inglese Albert Stopford detto Mylord, con la sua vocetta metallica.

La straordinaria asta raggiunse cifre da capogiro. E quando Campbell toccò quota “cinque mille”, Mylord cominciò a sudar freddo: in tasca non aveva più un solo biglietto da cento. Scornato, si allontanò dal palchetto, con la faccia gialla di bile, meditando fieri propositi di rivincita per una delle successive serate, mentre Campbell, tronfio come un pavone, si apprestava a consegnare i bigliettoni suoi e quelli dell’odiato Mylord ad orchestrali e ballerini. “Cinque mille, io…, cinque mille io…, io più ricco di Milord”, sghignazzava il canadese Campbell”. Fu a quel punto che l’inglese Mylord, tornato al palchetto dell’orchestra con un balzo da ghepardo, afferrò la chitarra di uno degli orchestrali e la frantumò in testa all’odiato rivale.

A memoria dei vecchi taorminesi, non c’era mai stata una serata più divertente negli austeri saloni del “San Domenico”. Per vedere qualcosa di simile, bisognerà poi aspettare più di un quarto di secolo: l’arrivo dei divi hollywoodiani Elizabeth Taylor e Richard Burton, che con le loro clamorose liti movimenteranno negli anni Sessanta le serate della Rassegna del cinema e la “notte delle stelle” al teatro greco per la consegna dei David di Donatello. E qui posso dare una testimonianza diretta, avendo avuto il privilegio (come capo ufficio stampa del festival) di assistere personalmente ad una delle loro sfiziosissime scenate, nell’intervallo di un concerto della orchestra a plettro locale. Sarà questa volta un mandolino, non una chitarra, ad essere sfasciato in testa dalle gracili braccia della gelosissima Liz al “gigante gallese” Richard, per avere il super-galante suo quinto marito sorriso un po’ troppo ad una starlet che sedeva al tavolo accanto.

Scene di ordinaria vita coniugale, per i litigiosissimi coniugi Burton. L’indomani erano in terrazza a baciarsi ardentemente, per la gioia dei fotografi. E il buon Richard tirerà fuori anche i soldi per consentire all’orchestrale proprietario del mandolino rotto di comprarne uno nuovo. Anche quel mandolino, come la chitarra dell’inglese Mylord, fa parte della storia di un secolo e mezzo di turismo a Taormina.

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