A Scampia i funerali di Ciro Esposito e il festival dei luoghi comuni

Siamo andati a Scampia. Per andare a capire realmente di cosa parla in questi giorni la stampa ed il Web. Per provare a dare una consistenza reale a ciò di cui da tempo sentiamo parlare, per evitare che quella realtà rimanesse soltanto quella che ormai filtrava da una serie di film e di servizi dei telegiornali. Un amico che si occupa di sport e del recupero dei giovani, recupero si intende alla maniera latina, mens sana in corpore sano, ci ha sempre detto che Scampia non è quello che dicono i giornali e che per conoscerla bisogna viverla anche se solo per qualche giorno. E credo la sua cultura non arrivi a conoscere Giovenale, ma di certo istintivamente sa che per avere una salute fisica ottimale la prima cosa necessaria è avere una mente straordinaria e un animo che conservi alto il rispetto di sé e del proprio essere.

E poi siamo andati per partecipare da commentatori a uno degli episodi più assurdi degli ultimi tempi, i funerali di Ciro Esposito, il tifoso del Napoli morto due giorni fa dopo che era stato ferito il 3 maggio scorso a Roma prima della finale di Coppa Italia.

Grande simbologia anche nel nome perché il suo è il classico nome napoletano, sia nel nome che nel cognome. Dietro questo una serie infinita di luoghi comuni e di cose già sentite in migliaia di situazioni simili. La prima che non è giusto morire a vent’anni per andare a vedere una partita di pallone che dovrebbe essere un momento ricreativo, come se poi se a morire fosse stato un cinquantenne la cosa avrebbe potuto assumere un rilievo di giustizia maggiore.

Morire non è mai giusto qualunque sia l’età, soprattutto se la morte è causata da una vile aggressione. E un sapore ancora più buffo assume, assieme alla presenza del presidente della regione Caldoro, il luogo comune della deposizione in piazza di una corona di fiori di Aurelio de Laurentiis, patron del Napoli, e della società sportiva della quale il giovane, colpito prima della finale di Coppa Italia, era tifoso. Il calcio da anni fa da sfondo ad episodi del genere che ci secca pure rivangarli, e che sia il pretesto per sfogare degli istinti violenti sembra non interessare granché a nessuno. Il loro omaggio al feretro era più che dovuto dal punto di vista umano ma le carenze istituzionali che insieme rappresentano non vanno dimenticate. Il calcio è uno sport marcio fino al midollo, ma le masse manovrate dai grandi poterei per chissà quale magia non se ne rendono conto.

Poi c’è la grande trasformazione in un eroe da parte degli amici. Certo è un eroe, ma lo è nella misura in cui tutte le persone normali di Scampia portano avanti con grande dignità la loro vita. Oggi essere persone normali in certe situazioni vuol dire essere eroi. E che dire poi di Genny De Tommaso, tifoso del Napoli noto come Genny a carogna, che la sera della finale di Coppa Italia era a capo della Curva all’Olimpico. Secondo alcune testimonianze fu lui tra i primi a soccorrere il giovane Ciro dopo l’aggressione. Ma indossando una discutibile maglietta che inneggiava ad un altro protagonista negativo, Speziale libero, si rese artefice della presunta trattativa prima della fischio d’inizio della scorsa finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, e si è candidato all’oscar dei più assurdi luoghi comuni.

Assurdo è la parola più ricorrente ma l’assurdo è letteralmente una stecca. Un allontanamento dall’armonia del suono musicale. La forte dissonanza di un suono dal resto dei suoni. Dal punto di vista della logica questo non ci pare un allontanamento dall’armonia della ragione. Certi episodi accadono ormai quasi sempre, episodi in cui si celebra l’ancestrale tendenza dell’umano ad aggredire fisicamente dove la mente non arriva e non può arrivare. Ciò che attira la nostra attenzione, ed è motivo di riflessione è proprio il fatto che questi episodi purtroppo accadono troppo di sovente, al punto da rendere il più triste di tutti i luoghi comuni, l’augurio dello zio: “Mio nipote deve essere riconosciuto come eroe civile… le morti non sono mai utili, ma mi auguro – ha aggiunto lo zio – che il sacrificio di mio nipote possa aiutare a voltare pagina affinché nessuna mamma romana o di un’altra città possa vivere questo dramma”.

Una carezza di persona non è stata possibile farla e gliela porgiamo idealmente. Alla madre di cui più rispettiamo il dolore, una madre che si è trovata di fronte alla perdita di un figlio che riteniamo essere uno dei dolori più grandi che mai umano possa concepire. Ma quanto vorremmo sbagliarci nel ritenere che anche questo sacrificio, esattamente come la targa che sarà messa su un lato di un campo di calcio a Scampia che porterà il nome simbolo di Ciro Esposito, possa essere vano.

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