Il Portogallo, Tabucchi e Cristiano Ronaldo

Sostiene Pereira che il Portogallo ha deluso – Sostiene Pereira che non aveva visto giocare così male la nazionale di calcio del Portogallo da molti anni. Lui non era un intenditore di pallone, perché le giornate le trascorreva nel suo studio a Lisbona e i pomeriggi li amava passare al Cafè Orquidea, dove omelette e limonata erano d’obbligo, ma da bravo giornalista e uomo di cultura sapeva che il calcio, il bel calcio, faceva parte dell’essenza dei portoghesi. Grandi giocolieri, imprevedibili, sognatori, poeti. Erano questi i campioni adorati da una nazione. Nell’ultima competizione mondiale, invece, la sua amata terra ha deluso. Lontana anni luce dalla tradizione, che per Pereira è sempre stata importante, ma anche dalle sorprese in grado di emergere da queste parti. Era il caso del giovane Monteiro Rossi, il quale apparve improvvisamente nella vita del dottor Pereira e cambiò radicalmente il vissuto del responsabile della pagina culturale del Lisboa.

Un’epigrafe funebre da pubblicare sul Lisboa – Ecco, un qualcosa del genere, con le dovute differenze per la tematica attuale, sostiene Pereira, se lo sarebbe aspettato da Cristiano Ronaldo e compagni. Già, proprio il campione del Real Madrid, vincitore della Champions League e ultimo Pallone d’oro avrebbe dovuto dimostrare il suo valore nella vetrina per eccellenza, quella brasiliana. Purtroppo è stato un flop e con lui tutta la squadra. I giocolieri del calcio umiliati. Il dottor Pereira si occupava, spesso e volentieri, di necrologi di importanti intellettuali e artisti sul giornale per cui lavorava e per un attimo pensò ad un’epigrafe funebre per “il Portogallo, la terra del calcio”. Sarebbe stata un’idea originale. Prima di conoscere Monteiro Rossi non gli sarebbe venuta neanche in mente, ma da quel giorno le cose erano cambiate e così Pereira decise di prendere foglio e penna e all’ombra del Cafè Orquidea compose un testo che sarebbe piaciuto ai suoi connazionali.

CR7 il sogno, la squadra la solitudine – Pereira trascorse la notte successiva in piedi per concludere l’articolo, sostiene. Era impressionato da come il tema del calcio era riuscito a coinvolgerlo così profondamente e capì la connessione, fino ad allora per lui incomprensibile, tra letteratura e lo sport per eccellenza. Del resto Umberto Saba aveva scritto pagine stupende unendo il calcio al suo lavoro, sostiene Pereira. Quel Portogallo, pensò il giornalista del Lisboa, quello sceso in campo in Brasile, gli ricordò la sua solitudine che lo aveva accompagnato per alcuni anni dopo la morte dell’amata moglie. Una squadra senza un gioco comune e priva di un’anima. Calciatori che non erano riusciti a fare gruppo e le figuracce con Germania e Usa erano state le logiche conseguenze. Cristiano Ronaldo, invece, rappresentava il sogno. Sostiene Pereira, più che suo, di tutta la nazione. Ragazzi e adulti scorgevano nel campione un’opportunità di ri-tornare al centro della scena europea e globale. Certo, CR7 non stava molto simpatico a Pereira, il quale avrebbe preferito un giocatore più riservato e malinconico. Ma questi erano pensieri personali. L’articolo doveva essere rivolto al Portogallo e il Paese si identificava con l’attaccante del Real. Si fece mattina e il pezzo era ormai ultimato. Si guardò intorno e consultò l’orologio. “Era meglio affrettarsi, il Lisboa sarebbe uscito fra poco e non c’era tempo da perdere, sostiene Pereira”.

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