Egitto, giornalisti di al-Jazeera condannati a sette anni

Ci sono tre giornalisti della tv araba Al Jazeera, in carcere in Egitto, e per il governo, si sono macchiati di un crimine gravissimo: hanno fatto il loro lavoro, hanno fatto giornalismo d’inchiesta, documentando la realtà. E quello che hanno registrato, non è piaciuto alla presidenza, ovvero le violenze contro i manifestanti e gli scontri per dire “no” al Presidente Mohamed Morsi. Ma ciò che è emerso nella fase processuale, è a dir poco incredibile, visto che i giornalisti sono stati condannati dai 7 ai 10 anni di carcere per “aver fiancheggiato i terroristi”. Le motivazioni sono state addotte, perché l’emittente Al Jazeera che ha la sua sede in Qatar, ha avuto un ruolo di primo piano nel sostegno dei Fratelli Musulmani. I giornalisti condannati, detenuti da quasi sei mesi, sono l’egiziano Baher Mohamed, condannato a 10 anni, il capo dell’ufficio locale di Al Jazeera, Mohamed Fadel Fahmi, egitto-canadese e Peter Greste, australiano; condannati a 7 anni di reclusione. Per l’accusa, avrebbero lavorato in Egitto senza aver l’accredito ed avrebbero diffuso false informazioni per un’azione anti-governativa.

L’accusa a loro carico, però ha implicazioni legate alla politica e le prove sono state strumentalizzate per favorire la loro incrimanzione e creare un clima di paura attorno a chi svolge questa professione. Si tratta, è evidente, di censura e quello che è stato deciso dal tribunale del Cairo, ha fatto scattare le denunce della comunità internazionale. Morsi, non è che un dittatore, un ex generale che è giunto in cima grazie al colpo di stato; qui di democratico non vi è nulla. E sempre da dittatore si comporta quando “mette a tacere” con il sopruso, la violenza psicologica e la privazione della libertà, chi invece vuol “dar voce” al malcontento ed alla protesta.

Immediate sono state, anche le reazioni dei colleghi inglesi della BBC, solidali con uno dei tre colleghi detenuti in Egitto, che aveva precedentemente lavorato per loro. Gira la foto dei giornalisti con lo scotch sulla bocca e che hanno fatto un minuto di silenzio, in tutte le sedi della televisione britannica.

Giovenale, scriveva: “La censura perdona i corvi, ma non risparmia le colombe”; ma nell’era della comunicazione globale, in una enorme piazza virtuale dove scorrono, ogni secondo, milioni e miloni d’informazioni, i governi che hanno una matrice totalitaria, e che raggiungono il potere non secondo i meccanismi della libera partecipazione popolare, potranno ingabbiare la libertà di parola, usando la legge contro quella stessa libertà; potranno imprigionare i corpi di chi mette a rischio la propiria vita per far comprendere meglio qual è la storia da un’altra parte del mondo, ma non riusciranno ad insabbiare mai del tutto, i fatti.

Certo, il carcere, o i sequestri da parte degli estremisti, per soggiogare gli stati ed instaurare timori, sono strumenti di privazione dei diritti, che riescono a sortire un certo effetto. Le morti violente dei reporter, è da un po’ di tempo, troppo tempo, che ci giungono tra i vagoni di notizie quotidiane. Così, com’è vero che ci siamo abituati ad esser rintronati dalle valanghe d’informazioni, e dopo un po’, spegniamo il cervello e andiamo avanti.

Ma se i giornalisti condannati in Egitto, rappresentano quelle “colombe” che hanno il merito di sostenere la popolazione civile ed il desiderio di “vera pace”, anche noi “utenti digitali”, abbiamo una responsabilità: quella di diffondere l’informazione per non lasciare a metà il loro lavoro. Utilizzando, quelli che sono diventati i mezzi eccellenti per la protesta e per “l’urlo verso la libertà e la non-violenza”, Twitter e Facebook, dove non riescono ad arrivare le voci dei giornalisti professionisti che sono stati imprigionati o assassinati, giunge il sostegno dei videoamatori, dei nuovi reporter e che molto spesso, ha dato modo anche ai professionisti di svolgere meglio il proprio lavoro.

Fare rete e divulgare, facendo denuncia, è uno dei modi più intelligenti per togliere il bavaglio a chi vuol dire solo la verità.

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