A chi conviene la superficialità del cinema? – Quando il regista e giornalista Mario Sesti ha parlato alla conferenza stampa di chiusura del 60° Taormina Film Fest, mi sono venuti in mente i miei studi universitari che ho sempre collegato con l’amore per il cinema. Un binomio inscindibile, in grado di fornire sempre spunti di riflessione e insegnamenti. Non ci volle molto a capire, per me, che non si poteva non dividere il cinema “in serie A e in serie B”. Lo spunto arrivò con la visione di un cortometraggio di Samuel Beckett. Il titolo era “Film”. Presentato per la prima volta nel 1965 alla Mostra del Cinema di Venezia, il breve lavoro dello scrittore e sceneggiatore irlandese celava qualcosa in più delle solite pellicole che ero abituato a vedere. In tutte le scene si scorgeva un personaggio che cercava di fuggire in tutti i modi dall’inquadratura della cinepresa. Questo status durerà fino alla scena finale. Prima, però, il protagonista camminava con un fare pensieroso ed inquieto. Sfuggiva ad ogni contatto umano, richiamando uno dei temi centrali della speculazione filosofica sull’Altro documentata da Sartre e Ortega y Gasset. Chi, come una vecchia, l’aveva visto in viso ne era rimasta sgomenta. Ad un certo punto l’uomo si rifugerà in una stanza di cui possedeva le chiavi. Eliminerà tutti gli oggetti che avrebbero potuto riflettere la sua immagine. Rimuoverà dal luogo anche gli animali, ovvero gli unici esseri viventi presenti che avrebbero potuto scrutarlo.

Come fanno a stare insieme in serie A un film di Beckett e un Cinepanettone? – Ecco un’altra tematica che richiama la difficoltà dell’individuo di rapportarsi con chi sta di fronte. Un concetto espresso dalla filosofia del secondo Novecento. Dopo esser riuscito ad aver accecato tutti gli occhi e gli oggetti della stanza, il protagonista (interpretato da Buster Keaton) inizierà a sfogliare sette fotografie. Immagini raffiguranti la sua vita, ma improvvisamente le strapperà tutte. Il finale lascerà spazio a un colpo di scena. Quanti significati in un cortometraggio della durata di poco meno di 20 minuti. Si intrecciano significati e si conduce il pubblico alle più svariate riflessioni. Non è un caso che un film del genere sia utilizzato in alcuni laboratori di studio per avviare un discorso molto più ampio. Era necessario andare nel particolare dell’opera di Beckett, per rendersi conto che non tutti i film possono porsi sullo stesso piano. Sarebbe un’offesa al pensiero intellettuale che alberga dietro alcune pellicole, che a differenza del Cinepanettone di turno non sono state prodotte solo per fare incassi record. C’è una discrepanza dettata dalle tematiche affrontate, dai protagonisti, dal regista e dal ricordo che perdurerà nel tempo.

Junger e l’Operaio – Già, il tempo. Nell’epoca dell’iper-capitalismo dove tutto viene mercificato con una velocità impressionante, è facile dimenticare una canzone o un film che per trovare spazio nel vortice consumista sono costretti a piegarsi al volere del mercato. Non potrebbero leggersi in altro modo alcune produzioni cinematografiche, diverse canzoni e anche molti libri. Tutto deve essere consumato e offerto su un bancone come se ci si trovasse al mercato della frutta. Se il prodotto, infatti, dovesse rimanere per qualche giorno in più in esposizione non sarebbe più buono, andrebbe scartato. E’ quello che capita oggi a molte pellicole e sono diversi i registi emergenti costretti dalla contemporaneità a rinnegare le loro idee. Meglio dare vita a un prodotto facilmente fruibile, superficiale e volgare. E’ meglio solleticare la pancia del consumatore e non la ratio del cittadino. E’ più facile e quindi il profitto sarà superiore. Così Pamela Anderson viene posta sullo stesso piano di Sophia Loren e l’epoca de l’Operaio, tanto per citare Ernst Junger, ha trovato il suo compimento.

© Riproduzione Riservata

Commenti