Iraq, la storia infinita di una guerra e l'esodo dei civili

I militanti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, non si fermeranno, sino a quando non controlleranno l’Iraq. Il gruppo armato che sostiene Al-Qaeda, ha già preso la città di Mosul; ai confini con la Siria, un valico è in mano loro e gli attacchi contro il governo sciita continuano. I sunniti dell’Isil, hanno trasformato la più grande raffineria di petrolio del paese, quella di Baiji, vicino Kirkuk, in una zona di guerra dove sono morte più di 70 persone. Il capo religioso sciita, Muqtada al-Sadr, ha invitato tutti gli sciiti ad andare a combattere per difendere il destino dell’Iraq e difendere Baghdad.

Ieri, i seguaci di al-Sadr hanno organizzato, nella blindata Sadr City a Baghdad, una parata militare con quasi 20 mila uomini armati di kalashnikov, che hanno sfilato per le vie, ed altre parate si sono svolte nelle città di Amara e Bassora. Il portavoce, dell’ufficio di Sadr, Salah al-Obeidi, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “L’obbiettivo principale delle sfilate è quello di inviare un messaggio ai terroristi e far sapere loro che siamo pronti a combatterli per difendere il nostro Paese e i nostri luoghi sacri”.

In prima linea, ci sono anche i combattenti curdi Peshmerga, dopo che il villaggio di Bashir è caduto nelle mani dei miliziani. Il Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliki ha deposto alcuni ufficiali dell’esercito iracheno per la mancanza di forza nel respingimento dei militanti dell’Isil ed i leader sciiti e sunniti iracheni, contrari agli estremisti, hanno lanciato un appello all’unità nazionale sulle reti televisive di Stato. Ma i curdi hanno l’idea che i militanti dell’Isil abbiano come obbiettivo quello di prendere possesso di Baghdad e dunque, il loro sostegno non è rivolto alla protezione dei cittadini curdi ma agli iracheni.

Questa guerra però ha scatenato, non solo, l’emergenza del procedere ad una difesa serrata dei territori, ma anche generato un’emergenza umanitaria di vaste proporzioni. Sono decine di migliaia, le persone che hanno cercato rifugio nel nord del Kurdistan, fuggite dalla città di Tal Afar, altra pedina caduta nelle mani dei ribelli e numerose sono le famiglie turkmene. Il numero dei fuggitivi, che già avevano lasciato anche la città di Mosul, una delle prime a cadere, è giunto al milione. Vicino Erbil, nel Kurdistan, gli automobilisti che non hanno più benzina, hanno bloccato la strada per protestare perché si trova aperta una stazione su dieci. Molti di loro, se la prendono con i profughi e li accusano di rivendere la benzina illegalmente, al quadruplo del prezzo di mercato. Ci sono famiglie intere, in fuga dalle città, che sono sedute sui cassoni dei camion per essere trasferite in luoghi più sicuri.

L’agenzia Onu, Unhcr, ha deciso di predisporre l’allestimento di altri campi d’accoglienza per i rifugiati a nord dell’Iraq; il campo di Germaveh avrà 800 tende, 600 in più di quelle che ci sono ora, e riuscirà ad ospitare circa 10 mila persone. Ban Ki-moon, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato: “Mi rivolgo a tutti i leader del mondo affinché prendano in considerazione le aspirazioni della popolazione prima che queste aspirazioni e proteste si trasformino in malcontento politico che aprirà la porta a infiltrazioni di estremisti”.

Gli americani avevano inviato 275 militari, a difesa dell’ambasciata Usa di Baghdad ma per quanto riguarda la richiesta da parte del governo iracheno di effettuare raid aerei con i droni, per fermare l’avanzata dell’Isil, se prima sembrava che Obama fosse pronto ad un sostegno di questo tipo, dalle ultime dichiarazioni fatte dalla casa Bianca, l’idea sembra essere differente. Saranno inviati un centinaio di Berretti Verdi, ma al momento non si parla né di raid aerei né di richiedere le dimissioni del Premier al Maliki, al quale si era mossa l’accusa di non riuscire a tracciare un percorso di dialogo con la minoranza sunnita.

Questo dovrebbe essere, il senso di ciò che Obama dirà giovedì prossimo da Washington; almeno da quanto riferito dalle fonti, quali il The Guardian. E ieri, lo stesso Obama ha detto che la crisi in Iraq, dovrà essere affrontata dall’Iraq stesso, con il suo governo interno e che una tra le possibili vie d’uscita, è quella di una “governance” tra sciiti e sunniti, che destabilizzi lo strapotere degli estremisti e riassegni al Paese un equilibrio interno.

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