Riforma del Senato

La tecnica del compromesso – Adesso è ufficiale. Il Partito democratico ha trovato l’accordo con Forza Italia e Lega nord. I relatori che hanno lavorato in questi mesi alla riforma, Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli, hanno depositato gli emendamenti in Commissione affari costituzionali, frutto dell’intesa politica raggiunta nelle ultime ore. Come annunciato dal Presidente del consiglio, dunque, si è trovato un punto d’incontro e si ipotizza il voto definitivo sulla riforma entro la fine di luglio. Dopo mesi di discussioni e tira e molla, sembra esserci la svolta. Se Matteo Renzi ha dovuto rinunciare alla sua idea di un Senato dei sindaci, dall’altro lato Forza Italia e Lega nord hanno accettato un corposo ridimensionamento di Palazzo Madama. La tecnica del compromesso funziona sempre nell’arte della politica e il premier ha lasciato trapelare grande soddisfazione: “è un ottimo punto d’arrivo”. Entusiasta anche il leghista Calderoli: “Con questa riforma il Senato avrà maggiore autonomia come quello tedesco. Lo stesso sarà per le regioni (anche se perdono competenze rispetto al passato: il Cnel sparisce, le infrastrutture, l’energia, il commercio con l’estero e il turismo tornano alla struttura centrale) e il federalismo fiscale sarà costituzionale”.

Le novità di Palazzo Madama – Il nuovo Senato disegnato dagli emendamenti governativi sarà composto da 100 senatori. Di cui  95 saranno espressione dei territori e i restanti 5 potranno essere eletti dal Presidente della Repubblica. Saranno 74 quelli eletti dai Consigli regionali e dai Consigli delle province autonome di Trento e Bolzano. Nessuna regione potrà essere rappresentata da meno di tre senatori, però Molise, Valle D’Aosta, Trento e Bolzano potranno averne solo uno. In generale la ripartizione avverrà in base alla popolazione e questo varrà anche per l’ingresso dei sindaci nel rinnovato Senato. Tutti i senatori, scelti tra i consiglieri regionali e i sindaci, verranno eletti dai consigli regionali tramite un metodo stabilito da una legge approvata da entrambe le camere del Parlamento. Resiste, invece, il potere del Capo dello Stato di poter scegliere qualche membro di Palazzo Madama, ma la sua funzione è sostanzialmente ridimensionata. Infatti non si potrà più parlare di senatori a vita, perché i nominati potranno rimanere in carica per sette anni e non avranno possibilità di veder prorogata la propria funzione. In generale i senatori potranno svolgere la loro funzione per una durata pari a quella delle istituzioni territoriali in cui sono stati eletti.

Vince il patto del Nazareno. E il M5s? – Ciò che spicca di quest’accordo è come il Senato non sarà più elettivo e non voterà la fiducia al governo e la maggior parte delle leggi. Inoltre lo stipendio dei consiglieri regionali verrà abbassato e posto sullo stesso piano di quello dei sindaci. Sono questi i punti che sanciscono la vittoria di Matteo Renzi, anche se nel testo, un po’ a sorpresa, torna l’immunità parlamentare per i senatori. Un aspetto destinato a far discutere. Si respira ottimismo dalle parti di via del Nazareno, perché l’accordo regge su tre pilastri di altrettanti partiti pronti a votare la riforma in Parlamento. L’interlocutore principale è stato Silvio Berlusconi. Con buona pace dei suoi detrattori è stato il politico più affidabile in questo lungo cammino ed è anche grazie alla sua figura che un’intesa del genere è stata raggiunta. Adesso si dovrà comprendere a cosa servirà l’incontro di mercoledì con il Movimento cinque stelle. Impossibile cancellare tutto il lavoro fatto e tornare indietro, come detto dal Ministro Boschi, e l’esecutivo ha bollato come inaccettabile la proposta proporzionale di Grillo e Casaleggio. Insomma, il ponte tra cinque stelle e democratici rischia di crollare prima del previsto.

© Riproduzione Riservata

Commenti