Una donna, che è essa stessa una leggenda. La francese Isabelle Collin Dufrense, si è spenta all’età di 78 anni, in un ospedale di New York, dove l’attrice, scrittrice ed artista viveva, facendo la spola tra l’America e Nizza, in Costa Azzurra; l’annuncio è stato dato dal New York Times. Per tutti era Ultra Violet, ed era nata a La Tronche, nel 1935, cresciuta in una famiglia dell’aristocrazia francese, piena di regole e tabù, venne considerata dai suoi genitori troppo sui generis e posseduta dal demone della frenesia adolescenziale, che li portò a sottoporla ad un esorcismo; aveva solo 15 anni. A 16 anni, sarà internata in un carcere minorile ed a 20, fuggirà negli Stati Uniti; destinazione New York.

Ultra Violet, non poteva assoggettarsi alle regole dell’alta società, la sua è stata una vita all’impronta, giocata tutta sul “on the wilde side”, che l’ha condotta a mischiarsi con il variegato mondo dell’arte, essendo prima di tutto lei, un’artista. Dallo scorso maggio, infatti, alla Dillon Gallery di Manhattan, la sua ultima mostra; una restrospettiva che ora ha il sapore di un lascito testamentario di 40 opere, tra cui installazioni al neon, dipinti, sculture e audio opere create sbobinado le vecchie conversazioni con Warhol, l’uomo che ne ha definito i contorni del destino. Nel 1964, Isabelle, è in compagnia di Salvador Dalì, il vate del Surrealismo, che ha conosciuto dieci anni prima a Port Lligat. Da quando lo ha incontrato, gli ha fatto da musa, assistente e si vocifera che sia stata anche la sua amante. Lei e Salvador sono in un bar del St. Regis Hotel di New York e stanno bevendo un tè; lì avviene il contatto fulminante con Andy Warhol, il sire indiscusso della Pop Art.

Da quel momento, la vita di entrambi cambierà. La francesina assumerà lo pseudonimo di “Ultra Violet”, ed entrerà nel cast di The Life of Juanita Castro e dopo quello, saranno diciassette i film in cui avrà ruolo da protagonista con la regia di Warhol, fino a che nel 1969, una nuova star plasmata nella Factory del maestro la sostituirà: Viva. Eppure, Ultra Violet, da anima inquieta ed istrionica quale è, si concede altre avventure e nel 1967, intepreta Il desiderio preso per la coda, piece di Pablo Picasso, diretta dal regista ceco Miloš Forman e che vincerà il Grand Prix della Giuria a Cannes. Anche con Forman, sembra che vi siano stati scambi, non solo artistici ma passionali e che non sarebbe stato l’unico della galleria maschile di Ultra Violet. Nella sua autobiografia, pubblicata nel 1988, Famous for 15 Minutes: My Years with Andy Warhol e tradotto in 12 lingue, ha scritto di aver avuto flirt con Rudolf Nureyev e Edward Rusha.

A seguito di un sofferto periodo di depressione, dovuto all’intensa e sregolata vita condotta nel nome dell’Arte, ed in particolare ad un grave incidente, la sua vita viene segnata. Ha da poco chiuso un’altra relazione, quella con l’artista staunitense Edward Rusha, ed è il 1973. Ultra Violet viene dichiarata “clinicamente morta” ma risorge ancora una volta. In un’intervista rilasciata al New York Times, ha dichiarato che dopo aver vissuto quella tragica avventura, si è “riavvicinata alla religione” e si è dedicata allo studio dei testi sacri, soprattutto la Bibbia. Da questa nuova presa di coscienza, la decisione di lasciare il patinato universo cinematografico per vivere da artista; creatrice di opere dell’arte contemporanea. Pubblicherà anche un saggio su San Giovanni L’Apostolo, e si dedicherà alla scultura ed ai dipinti a soggetto religioso. Una delle sue opere divenute celebri, è il “Memoriale” per le vittime dell’11 settembre, al Queensborough Community College.

Ma “la migliore opera d’arte” di Ultra Violet, così come è stato scritto, “è stata la sua stessa vita”. Lei, la Donna, amica intima degli esponenti americani dell’espressionismo astratto: Lichtenstein, Stella, Rauschenberg e Johns. E quando, subirà il fascino di Warhol e questa fascinazione sarà ricambiata dall’artista, lui la incoronerà, chiamandola Pop Icon e Superstar. Ultra Violet è una Diva “in toto”, che ha recitato con registi come Norman Mailer, John Schlesinger, James Ivory e Woody Allen. Una vita piena, ricca di sfumature, difficile da intrepretare ma per questa sua complessità, Ultra Violet, resta un simbolo del Femminile; indipendente nel pensiero e spinta dalla forza energetica della Vita.

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