Brasile, Messico e tante nuvole

“La faccia triste dell’America” – Guardando la partita di ieri sera, a molti tifosi sarà venuta in mente la canzone “Messico e nuvole” di Enzo Jannacci. In tutti i novanta minuti, in particolar modo, avrebbe potuto riecheggiare tra i tifosi brasiliani il ritornello: “Messico e nuvole, la faccia triste dell’America il vento soffia la sua armonica che voglia di piangere ho”. Per la seconda volta in questo mondiale il Brasile non sfodera una buona prestazione. Manca il gioco, l’organizzazione tattica e Neymar predica nel deserto dello stadio di Fortaleza. Questa volta l’arbitro non evita figuracce, come contro la Croazia, e così il Messico riempie di nuvole il cielo pieno di speranze dei carioca. Si sa, quando manca la luce e l’allegria i brasiliani si intristiscono e a volte può venir voglia di versare qualche lacrima. Tutto torna e la profezia del cantautore milanese, Enzo Jannacci, si avvera. A differenza del testo musicale, però, la faccia triste dell’America non è la nazione messicana, ma proprio il gigante brasiliano.

Passione solo nel cantare l’inno – Il Messico si dimostra squadra ostica del girone A e si candida a qualificarsi agli ottavi di finale. Il grande protagonista è il portiere Ochoa. Realizza alcune parate decisive e nega al Brasile la gioia del gol. L’inizio della partita poteva intimorire chiunque. Uno stadio che canta a squarciagola l’inno brasiliano anche dopo la fine delle note musicali. I giocatori di Felipe Scolari si stringono, mostrano tutta la loro grinta e si commuovono. Se ci fosse un premio per “la miglior interpretazione” canora, il Brasile avrebbe già vinto. Purtroppo per loro non è così. Vince la squadra che gioca meglio a calcio e al momento non sono di certo loro. Del resto non è una sorpresa. A differenza della tradizione dei verde oro, il miglior reparto è la difesa. Nelle altre zone del campo, invece, c’è davvero poco. Escluso il talento indiscusso e un po’ anarchico di Neymar, il Brasile non ha un attaccante degno del proprio nome. Fred non è all’altezza, Hulk è lento e con qualche chilo di troppo. Jo non sarebbe mai stato convocato nelle selezioni precedenti.

La personalità del Messico – C’è un’assenza di giocatori. Felipe Scolari può davvero far poco. Abbondano soltanto uomini come Luiz Gustavo e Ramires, che con il classico divertimento con cui si è soliti accostare il Brasile hanno poco a che fare. Certo, il lavoro sporco serve, ma una formazione come quella sudamericana ha bisogno anche di altro. Il primo campanello d’allarme si era avvertito contro l’ottima Croazia. Sembrava l’ansia di far bene e cancellare la sconfitta del 1950 in finale a rallentare Thiago Silva e squadra. Invece c’è ben altro. La seleçao sbatte sul muro della personalità del Messico, che ogni qualvolta il Brasile ha cercato di alzare la pressione e stringerlo nella propria metà campo, è riuscito ad uscire a testa alta e a farsi insidioso, seppur con tiri da fuori area, dalle parti di Julio Cesar. Ottima condizione fisica di Marquez e compagni, che meritano il pareggio. Il Brasile vive un momento storico non brillantissimo e a questo punto conviene seguire in toto il consiglio musicale di Jannacci: “meglio star qui seduto a guardare il cielo davanti a me”.

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