Oggi, Amnesty International ha lanciato un nuovo appello rivolto agli attivisti di tutto il mondo nel secondo anniversario della detenzione del blogger Raif Badawi, che ha creato un forum online per parlare liberamente del ruolo della religione in Arabia Saudita. In carcere dal 17 giugno 2012, il 7 maggio di quest’anno, la corte penale di Gedda ha condannato l’attivista per i diritti umani e blogger a 7 anni di prigione, 600 frustate ed al pagamento di 1.000.000 di rial sauditi, che equivalgono a circa 196 mila euro, con l’accusa di aver aperto ed amministrato il sito Free Saudi Liberals, aver offeso l’Islam ed aver violato la legge sui reati informatici.

Raif Badawi è stato definito un “prigioniero di coscienza” e l’accusa riguarda sia i commenti rilasciati sul suo sito, sia quelli espressi in televisione. Nadim Houry, il vice-direttore dell’organizzazione Human Rights Watch per il Medio Oriente, ha detto che “si tratta di una sentenza incredibilmente severa nei confronti di un blogger pacifista che ha sempre sostenuto le riforme e il dialogo religioso”. Il legale di Badawi, Waleed Abual-Khair ha rilasciato una dichiarazione a Human Rights Watch sull’esito del verdetto di quel giorno di maggio, ed ha annunciato che la difesa, avrebbe avuto trenta giorni per presentare richiesta d’appello, termine che è già scaduto anche perché l’avvocato di Badawi, è anche lui attualmente detenuto in carcere per il suo attivismo. Per ragioni di sicurezza, intanto, i familiari del blogger, la moglie e i tre figli, si sono trasferiti in Libano.

Badawi, era già stato arrestato nel 2008, per il reato di apostasia perché si era permesso di aprire un dibattito sul ruolo della religione nel suo paese. Ma era stato rilasciato dopo pochi giorni; aveva però ricevuto il diniego a lasciare l’Arabia e nel 2009, erano stati congelati i suoi conti bancari. Il 17 giugno del 2012, di nuovo l’arresto con la stessa accusa perché nei suoi articoli aveva criticato figure religiose. Nel dicembre dello stesso anno, il tribunale distrettuale aveva rinviato la causa alla corte d’appello di Gedda, chiedendo sempre la condanna per apostasia.

Si giunge all’anno dopo e il 29 luglio del 2013, Badawi è recluso da un anno, il tribunale lo condanna a 7 anni di carcere e 600 frustate, per aver violato le norme del diritto informatico ed aver insultato le autorità religiose. Badawi è stato inoltre accusato di “aver infamato simboli religiosi pubblicando post su Twitter e Facebook e per aver criticato la Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” comunemente conosciuta come Polizia Religiosa perchè Badawi si era scagliato contro il divieto per le donne di prender parte al Consiglio della Shura. Oltre alla condanna, era stata anche disposta la chiusura del sito.

Raif Badawi, detenuto attualmente nel carcere di Briman a Gedda, non ha ancora ricevuto il documento realtivo all’ultima sentenza per presentare ricorso. E secondo il suo avvocato, che parla dal carcere, l’iter giudiziario a carico del suo assistito è stato “viziato da irregolarità per via della sostituzione del giudice che ha seguito il processo dall’inizio e poi è stato rimpiazzato da un altro giudice che era favorevole all’accusa di Badawi per apostasia”, un reato che in Arabia Saudita prevede la pena capitale.

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