Iraq Lo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante pubblica le foto dell'orrore

Le immagini di un’esecuzione di massa, ieri, hanno fatto il giro del mondo. Le hanno pubblicate su un loro sito, i jihadisti dell’Isis, il gruppo estremista denominato Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, che dal 2004 è un affiliato di al Qaeda ed ha in progetto la creazione di un grande “Califfato Islamico”.

Le foto mostrano il risultato malefico di una strage perpetuata contro soldati iracheni, catturati dai militanti nella provincia di Salahuddin. L’annuncio degli estremisti, è di un’esecuzione di 1700 uomini, tra i quali molti soldati, agenti e sospetti collaboratori del governo sciita, ma non vi sono indicazioni che rimandino alla località in cui il massacro si è svolto. Il portavoce dell’esercito iracheno, Qassim al-Moussawi, ha dato conferma dell’autenticità delle foto e degli omicidi di massa di militari iracheni nelle zone sotto il controllo dei qaedisti.

La situazione in Iraq, peggiora di ora in ora e nelle foto rese pubbliche, si vedono i prigionieri caricati sui furgoni, dai sequestratori col volto coperto, e poi fatti scendere per esser costretti a faccia in giù in una sorta di fossa comune. Sono tutti con le braccia legate dietro la schiena. Tra le foto finali della macabra sequenza, i corpi degli uomini uccisi, grondano sangue, perforati dalle raffiche dei mitra. Dalle notizie riportate dal sito International Business Times, i sunniti jihadisti avrebbero diffuso un’altra foto: quella di una testa mozzata di un ufficiale della polizia irachena con sovrimpresso un messaggio in inglese riferito ai Mondiali di Calcio, che si stanno disputando in Brasile. La frase, che ha fatto accapponare la pelle anche ai più navigati delle gallerie degli orrori, diceva: “Questa è la nostra palla. È fatta di pelle #WorldCup”.

Gli estremisti, frattanto, continuano la loro avanzata e sul fronte a nord della capitale Baghdad, l’esercito iracheno avrebbe ucciso 297 di loro, eppure le notizie sono contrastanti e non si ha certezza dei dati reali perché non giungono agenzie dalle fonti indipendenti. Si tratta di un bollettino di guerra, che diventa drammatico di giorno in giorno e Baghdad, continua ad esser sottoposta ai ripetuti attacchi da parte dei jihadisti, pur se ancora non ha capitolato.

Gli estremisti dell’Isis hanno conquistato anche Tal Afar, vicino al confine siriano ed a 60 chilometri di distanza da Mossul, già caduta nelle loro mani dalla scorsa settimana ed abbandonata da 500 mila profughi. Attorno alla capitale, è stata creata una cintura di difesa ed il Premier Nuri al Maliki lancia appelli e recluta volontari per difendere la città.

Gli aerei dell’esercito iracheno intanto continuano con i raid per spianare la strada alle truppe terrestri e gli americani in via precauzionale, hanno trasferito una parte del personale dell’ambasciata in altre zone del paese più tranquille.

Negli Stati Uniti, Barack Obama, ancora non ha dato segno di voler inviare truppe armate in Iraq per fronteggiare l’avanzata dei qaedisti, mentre il Dipartimento di Stato ha solo rafforzato le misure di sicurezza a Baghdad per proteggere il personale dell’ambasciata.

Il senatore repubblicano Lindsey Graham, uno degli uomini di spicco della destra statunitense, ha chiesto che l’America non stia a guardare, dati gli interessi economici legati ai pozzi di petrolio che gli Stati Uniti hanno in Iraq, e sta spingendo il Presidente a colpire, prima d’essere colpiti. Serve un raid aereo in modo da fermare le milizie e bloccare il controllo sui pozzi, perché i jihadisti “faranno saltare il prezzo della benzina mettendo a rischio la stabilità economica degli States”.

Graham vuole anche che gli Stati Uniti lancino un attacco militare in Iraq e Siria, prima che gli amici di al Qaeda abbiano l’opportunità di preparare “un prossimo 11 settembre” dunque una lotta serrata contro il terrorismo. Ma prima dell’emergenza umanitaria, per il senatore repubblicano, vengono gli interessi economici americani.

Infine, il vicino Iran, lungo il confine occidentale con l’Iraq, ha intrapreso misure atte a proteggere il territorio ed ha rafforzato le difese alla frontiera. Lo ha reso noto il Generale Kiomars Heidari, comandante provvisorio dell’esercito di Teheran, nonostante non ci sia un pericolo imminente.

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