Afghanistan. Attacchi talebani gettano un'ombra scura nel giorno delle elezioni

Oggi in Afghanistan, alle 7 del mattino (4.30 ora italiana), si sono aperti i seggi per consentire ai cittadini di esprimere la loro preferenza, tra i due candidati giunti al ballottaggio, i due ex ministri Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, di cui uno sarà il successore di Hamid Karzai.

Al primo turno elettorale, svoltosi il 5 aprile scorso, Abdullah aveva avuto il 45% dei consensi mentre Ghani si era attestato al 31,6%. Le urne sono state chiuse alle 16 (13.30 ora italiana) e se anche all’ora di chiusura c’era la fila ai seggi, per la legge afghana, agli elettori che si trovavano sul posto, era consentito l’esercizio del voto. Il risultato provvisorio verrà reso noto il 2 luglio e il nuovo presidente sarà proclamato il 22 luglio. Dalle fonti interne, l’affluenza alle urne è stata alta, nonostante le minacce lanciate dai talebani, che avevano dichiarato di agire pesantemente per sabotare il voto. Ed infatti, numerosi sono stati gli attacchi, che hanno creato molta difficoltà nell’avere schede elettorali in numerosi seggi, e con un pesante messaggio di minaccia, due ore prima dell’apertura dei seggi: il lancio di un razzo che è caduto su Kabul, e che per fortuna, non ha lasciato vittime.

Nelle dichiarazioni rilasciate dai due candidati Abdullah e Ghani, è stato espresso il sentito desiderio di “un’elezione trasparente e senza brogli” ma la realtà in Afghanistan, è sin troppo contrastata, e proprio Abdullah qualche giorno addietro era stato vittima di un attentato, da cui è uscito indenne ma che ha causato il decesso di alcune guardie della sua scorta. E le misure di sicurezza hanno impegnato più di 200 mila uomini, posizionati in tutte le 34 province del paese a protezione dello regolare svolgimento del voto.

Lo stesso presidente Hamid Karzai, ha chiesto al popolo afghano di non astenersi dal voto ma di recarsi in massa alle urne. Una pacifica chiamata alle armi della scelta elettorale, per rendere più forte il processo di democratizzazione dell’Afghanistan. Karzai, dopo aver ricoperto l’incarico per quasi 13 anni, ha dunque ribadito che “oggi gli afghani stanno facendo un altro passo nel cammino verso la pace, il progresso e la stabilità nazionale”.

Ma le parole del presidente hanno ricevuto la replica da parte talebana che a metà giornata, in un annuncio, ha reso noto di aver “sferrato 246 attacchi in tutto il paese”, e dai resoconti forniti dai media ci sarebbero 20 civili morti nell’est e nel sud, e tra essi 5 bambini nella provincia di Khost. Sul sito internet dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, i talebani hanno tuttavia precisato che oggi è stata condotta “solo un’operazione suicida alla Porta di Kabul” a Kandahar City, ma che le azioni di disturbo non sono state tali da creare importanti ostacoli per le elezioni. Però lo scontro tra le varie fazioni è stato registrato dall’agenzia di stampa Pajwok, che ha riferito della sparatoria che i sostenitori di Abdullah hanno aperto contro i militanti di Ghana, nell’est dell’Afghanistan a Jalalabad, dove ci sono scappati 3 morti e diversi feriti.

L’intensificarsi delle azioni talebane sul territorio, ha generato una certa apprensione da parte degli osservatori internazionali, e ciò nella considerazione del quadro generale degli eventi. La nuova esplosione di violenze in Iraq, a matrice islamica e qaedista dell’Isis, che continua la sua avanzata e inasprisce gli scontri tra sunniti e sciiti, ha fatto risvegliare il desiderio del “Grande Stato Islamico” anche nei militanti talebani ed ha ridestato le preoccupazioni degli americani, anche se ieri Obama ha dichiarato che al momento non invierà rinforzi armati in Iraq per contrastare gli jihadisti. Ma lo stesso Presidente americano, lo scorso mese di maggio, aveva dato un altro importante annuncio: “Quest’anno, metteremo fine in modo responsabile alla più lunga guerra dell’America”, ha dichiarata Barack Obama in merito alla presenza dei militari americani in Afghanistan, e che dopo dieci anni, alla fine del 2014, saranno fatti ritirare decretando la chiusura ufficiale della “missione di combattimento”.

Nel 2015, rimarranno ancora 9.800 soldati, il cui compito sarà quello dell’addestramento delle truppe locali e del fornire sostegno nelle operazioni anti al Qaeda, ma che saranno fatti ritirare nel 2016. Inoltre, il mantenimento delle truppe militari americane in Afghanistan dopo il 2014, sarebbe mantenuto solo se ci fosse la firma dell’accordo bilaterale sulla sicurezza, con un inquadramento legale delle forze militari Usa, a fine mandato della Nato. Un accordo che ha ricevuto il nulla osta della Loya Jirga, l’Assemblea degli anziani e dei leader tribali ma che ha ricevuto le resistenze di Karzai; il quale, adesso, si accinge a lasciare il suo posto alla presidenza.

Di questa decisione, inoltre, Obama, aveva informato anche Angela Merkel, David Cameron e Matteo Renzi e nell’annuncio di maggio, ha ribadito: “Noi manterremo la nostra presenza militare dopo il 2014 solo se il governo firmerà l’accordo […] che i nostri due governi hanno già negoziato”. Un impegno questo per il prossimo presidente afghano, sebbene in tal senso, Obama abbia ricevuto le rassicurazioni da entrambi i candidati Abdullah e Ghani.

Alla fine del 2015, quindi da 9.800 unità, si passerà a 4.900 e nel 2016 la presenza militare, si limiterà alla sicurezza attorno all’ambasciata e alle sedi diplomatiche statunitensi in Afghanistan. Obama, ha detto in proposito: “dobbiamo riconoscere che l’Afghanistan non è un luogo perfetto, ma non è responsabilità dell’America renderlo tale. Il futuro dell’Afghanistan deve essere deciso dagli afghani”. Sempre che, aggiungiamo noi, la situazione interna non precipiti e l’ondata di matrice terroristica che sta dilagando in quelle aree, non faccia invertire il percorso di marcia, secondo una visione da “corsi e ricorsi storici”.

(Photo SHAH MARAI/AFP/Getty Images)

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