Renzi, Mineo e la rottamazione delle cattive abitudini della sinistra

L’autosospensione dei 14 – Scoppia la polemica nel Partito democratico, dopo che i senatori Vannino Chiti e Corradino Mineo sono stati sostituiti nella commissione affari costituzionali dai loro colleghi, perché l’iter delle riforme (con particolare riferimento alle modifiche del Senato) ha preso il via con diversi problemi. Una scelta che ha portato all’autosospensione dei senatori del Pd Casson, Chiti, Corsini, D’Adda, Dirindin, Gatti, Giacobbe, LoGiudice, Micheloni, Mineo, Mucchetti, Ricchiuti, Tocci e Turano. Secondo la minoranza civatiana sarebbe una “decisione autoritaria” quella dei renziani, ma dall’altro lato si afferma come i tentennamenti e rallentamenti degli ultimi mesi rischiano di compromettere l’azione del governo di larghe intese. Matteo Renzi teme di essere logorato dalle solite vecchie logiche. Il Presidente del consiglio ha scommesso tutto, o quasi, sulla rottamazione della Seconda Repubblica e la riforma di Palazzo Madama è un tassello irrinunciabile. Alla luce della grande fiducia data dagli elettori alle elezioni europee, il premier sente su di se maggiore responsabilità e sa bene che se non dovesse realizzare ciò che ha promesso, tutti quei voti potrebbero dissolversi in poco tempo. Per tale motivo l’ex sindaco toscano ha invitato i suoi ad accelerare in commissione. Dopo settimane di discussioni e con l’obiettivo di trovare un’intesa, l’esecutivo di larghe intese non sembra riuscire ad accordarsi solo con quei senatori democratici che fanno capo a Vannino Chiti.

“Non lasciamo a nessuno il diritto di veto” – Un no a priori che un mese fa aveva condotto l’ex giornalista Rai Corradino Mineo, esponente della corrente Civati, a mandare sotto il Pd sull’ordine del giorno che avrebbe dovuto accompagnare il testo del governo sulla riforma. Il voto di Mineo, come ha detto il capogruppo al Senato Luigi Zanda, è determinante perché lo scarto tra maggioranza e opposizione è proprio di un voto. Sembra di tornare all’epoca dei governi Prodi, quando l’ex Presidente del consiglio doveva cercare di andare avanti affidandosi all’umore giornaliero del Mastella o del Bertinotti di turno. Matteo Renzi, però, non ci sta e dice che “il Pd è davanti a un bivio e non ho preso il 41% per lasciare il futuro del Paese a Mineo. Un partito non è un taxi che uno prende per farsi eleggere. Non molliamo di un centimetro. Non lasciamo a nessuno il diritto di veto. Conta molto di più il voto degli italiani che il veto di qualche politico che vuole bloccare le riforme. E siccome conta di più il voto degli italiani, vi garantisco che andremo avanti a testa alta”.

Il boomerang di Mineo e dei civatiani – Del resto questa presa di posizione di una parte del partito non è di facile comprensione, soprattutto se l’ala bersaniana o cuperliana rappresentata dalla senatrice Anna Finocchiaro si distanzia dalla scelta di Mineo, che l’ha accusata apertamente. Sintomo che nel partito si era discusso e che un punto di incontro, seppur nebuloso, si era trovato. Ma allora perché questo tentativo aventiniano di Mineo e degli altri senatori? Probabilmente il motivo è politico, è interno. Il Pd è alimentato da varie correnti e una di queste è quella civatiana, che nell’ultimo periodo, complice la popolarità di Renzi, era finita nell’anonimato. Messi in un angolo dalla visione liberal del segretario e dei fedelissimi. Pippo Civati, però, ha cercato in tutti i modi di richiamare l’attenzione su di se e forse, con questa vicenda, c’è riuscito. Adesso bisogna capire come reagirà l’elettorato, che ultimamente ha dato credito a Renzi e al suo progetto e sembra stanco di assistere a divisioni come negli ultimi vent’anni. Quindi la mossa di Mineo e dell’ala civatiana potrebbe essere un boomerang.

Mineo e le allergie al Pd – La lettura che sta nascendo in queste ore, alla luce delle dichiarazioni di Rodotà in difesa dei senatori dissidenti del Pd, è quella di un’azione avviata per far nascere un nuovo progetto politico sulle spalle di una riforma cruciale per la credibilità del Paese. L’interesse personale verrebbe anteposto a quello dell’Italia e del partito. Infatti Corradino Mineo ha messo in evidenza in questi mesi la sua allergia al proprio movimento. Erano i primi di maggio quando l’ex corrispondente Rai da Parigi non intendeva versare il “contributo di solidarietà” di 25mila euro che il Partito democratico aveva chiesto, per regolamento, ai parlamentari che erano stati inseriti in lista in una posizione utile per l’elezione. La replica del senatore fu netta e dichiarò come “per accettare la candidatura ho lasciato la Rai e una retribuzione più alta dell’attuale”. Per non parlare, inoltre, della sua vicinanza a Sel piuttosto che al Pd. Al di là di vecchie polemiche, il partito di Renzi rischia di compromettersi definitivamente in questa vicenda. Se i 14 senatori dovessero mettersi di traverso, il governo cadrebbe e probabilmente finirebbe anche l’esperienza del fiorentino in politica. Qualcuno se lo augura? E’ possibile, però da quando è segretario Matteo Renzi l’abito dei democratici non è più lo stesso. Si cerca di non spaccarsi su ogni decisione. Si discute, ma dopo è la maggioranza ad assumersi la responsabilità di una scelta. Qualcosa è cambiato. In peggio o in meglio lo hanno deciso e lo decideranno gli elettori.

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