Elezioni, astensionismo tra luoghi comuni e falsità tecniche

Ormai da diversi anni gli analisti si affaticano a interpretare il fenomeno forse più preoccupante del comportamento elettorale degli italiani (e non solo), l’astensionismo. Non è mia intenzione sottovalutare la portata di tale preoccupazione, ma voglio in questa sede richiamare l’attenzione su alcuni aspetti che probabilmente ridimensionano tale allarme, per gran parte fondato su alcuni luoghi comuni e su alcune amnesie tecniche. Il sospetto mi è venuto proprio la sera dei risultati delle europee dello scorso 25 maggio, quando, ancor prima di exit poll e di proiezioni, i commentatori si attardavano a ripetere, come un mantra, il pianto sull’astensionismo. I risultati, però, essendo stati abbastanza clamorosi e avendo smentito ogni sondaggio, hanno alla fine spazzato questa ripetitiva lamentela sugli italiani disaffezionati dalla politica.

Quello che intendo rilevare è l’assoluta mancanza di senso critico e di analisi puntuale dei dati, nonostante, a mio avviso, si tratti di dati molto interessanti sul piano sociale e culturale. Essi, infatti, spiegano chi sono e come sono fatti gli italiani di oggi, molto meglio dei risultati elettorali stessi.

Un luogo comune definisce l’astensionismo il primo partito italiano. Basta poco per dimostrare che non è vero. Sarebbe il primo partito, se coloro che non si sono recati alle urne la pensassero allo stesso modo, più o meno. Ma tra gli astenuti ci sono categorie di persone molto diverse tra loro. Ci sono coloro che sono impediti o scoraggiati dall’andare a votare, che una volta erano circa il 20% e ora sono aumentati con l’aumentare dell’età media della popolazione. Gli ultra 85enni, soprattutto in una consultazione non comunale, difficilmente andranno a votare. E questo non è un dato puramente tecnico, ma politico, perché una volta la DC e il PCI attraverso solidi legami con i conventi, le case di riposo, i sindacati dei pensionati, la parrocchia, le cooperative e ogni altra struttura intermedia, mobilitavano anche queste fasce di elettori. Oggi, avviene soltanto alle amministrative e comunque in misura minore.

Inoltre, tra gli astenuti ci sono coloro che si trovano per ragioni di studio o di lavoro lontano da casa. Questo spiega, almeno in parte, perché essi sono di più al sud che al nord. Un insegnante precario in una scuola lombarda, ma siciliano, a mille o milleduecento euro al mese, che ne spende già 4-500 per l’affitto di casa, non troverà semplice decidere di recarsi a votare. Una volta gli emigrati all’estero tornavano con i treni organizzati e pagati dai partiti e gli emigrati nel nord Italia trasferivano abbastanza presto la loro residenza nel luogo di destinazione, avendo un contratto a tempo indeterminato.

Quanti studenti universitari meridionali hanno rinunciato al voto per non spendere i soldi del viaggio e preparare gli esami di giugno? A fronte dei disillusi, forse tra loro c’erano anche molti giovani impegnati politicamente. Anche questo è un fenomeno che durante la Prima Repubblica era meno rilevante.

Si aggiunga che oltre 5 milioni di cittadini anagraficamente italiani vivono stabilmente all’estero per ragioni di lavoro o di studio. Essi non trasferiscono la loro residenza perché non considerano questa loro situazione stabile e permanente. Anzi. Questo è un fenomeno che colpisce l’Italia da una ventina di anni, con incrementi continui del numero di giovani e meno giovani che vivono all’estero, pur rimanendo elettori italiani.

È facile a questo punto fare qualche calcolo. Dal 20 siamo saltati almeno al 35% di elettori che si trovano in una condizione economica e sociale che scoraggia o addirittura impedisce (innanzitutto materialmente) il voto.

L’obiezione che, se questo 35% fosse veramente motivato, troverebbe i mezzi per andare a votare, è un’obiezione che per spirito polemico tutti siamo in grado di fare. Ma la realtà dei processi di formazione delle scelte sui nostri comportamenti, cioè l’esperienza culturale di donne e uomini concreti e reali, non si interpreta con conati di volontarismo e appelli moralistici. Comunque, è certo che sommando anziani, disabili, studenti, lavoratori emigrati e tutti coloro che in un mondo globale non vivono stabilmente dove hanno la residenza anagrafica, non si fa un partito, ma una sommatoria indistinta di persone che tra loro hanno idee e aspirazioni diverse.

Personalmente, penso che, oltre alla sacrosanta battaglia per ripulire la politica e quindi incoraggiare la partecipazione, sarebbe opportuno mettere mano all’arcaica macchina elettorale italiana, secondo la quale ciascuno di noi deve, e sottolineo deve, votare nella sezione nella quale è iscritto. Si è votato per il Parlamento europeo, in un mondo globalizzato e invaso da sistemi informatici di altissima velocità e capaci di espandersi all’infinito, e ancora siamo stati costretti a votare con la tessera del comune, in un seggio presidiato da una pletora di scrutatori pagati per fare un lavoro stupido e inutile, con registri che ricordano un’Italia analfabeta, con schede elettorali identiche dal 1946, salvo l’introduzione dei colori, con matite copiative che ricordano le scuole elementari dei miei tempi. Insomma, possibile che per paura dei brogli dobbiamo dare questo spettacolo indecoroso e sottoporre i cittadini a un rito che, esso sì, scoraggia e impedisce l’esercizio di un diritto/dovere costituzionale?

Un sistema che non mette tutti i cittadini nelle condizioni migliori per recarsi a votare non è democratico. Invece di definire l’astensionismo un male, cominciamo a prendere coscienza del male che sta nel sistema elettorale. Esso è poco democratico e da rivedere innanzitutto nelle sue procedure tecniche, mettendosi al passo con i tempi.

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