Matteo Renzi, la rabbia e l’orgoglio

“Qualcuno queste cose doveva dirle” – I toni e le parole utilizzate ieri da Matteo Renzi sullo scandalo del Mose, sulla corruzione italiana e sui ladri che albergano anche nel Partito democratico, ricorda e non poco la durezza espressa da una delle più grandi giornaliste del Novecento in uno dei suoi ultimi libri, “La rabbia e l’orgoglio”. Sto parlando ovviamente di Oriana Fallaci. Con le dovute differenze contenutistiche, considerando come la scrittrice fiorentina tratta nel suo libro di tematiche completamente diverse e lo fa con una narrazione unica, un filo rosso, però, lo si può scorgere tra il Presidente del consiglio e la prima donna italiana che andò al fronte come inviata speciale. Lo scritto della Fallaci uscì dopo circa un decennio di silenzio che lei si era imposta da anni per “non mischiarsi con le cicale”. La rabbia che la spinse a utilizzare parole pesanti e razionali fu la gioia espressa anche in Italia dopo l’attentato alle Torri gemelle da parte di Osama Bin Laden e Al Qaeda. “Come gioivano i palestinesi di Gaza. Vittoria! Vittoria!”, così Oriana Fallaci scorse nel suo Paese simili sentimenti e allora disse al direttore del Corriere della sera Ferruccio De Bortoli come “qualcuno queste cose doveva dirle”.

Squarciare il velo di Maya – Ecco il punto di contatto tra Renzi e la Fallaci. Proprio come la scrittrice (negli ultimi anni della sua vita non amava definirsi giornalista) aveva rotto un muro di silenzio e mostrato tesi che tra gli intellettuali nostrani non si era mai avuto il coraggio di esternare, così il premier intervenuto alla Repubblica delle idee, al teatro San Carlo di Napoli, ha squarciato quel velo di Maya tra la sua parte politica e il resto del Paese. Una differenza che in questi decenni ha sempre posto la sinistra su un piedistallo di moralità rispetto a tutto e tutti. Non è così e l’ex sindaco di Firenze ha avuto l’intelligenza di confermalo con alcune dichiarazioni. Proprio sulla questione appalti nella Laguna afferma: “Nella vicenda veneziana c’è un’evidente responsabilità della politica, anche della mia parte. Guai a chi dice quel sindaco non è iscritto al Pd. Abbiamo al nostro interno anche persone che commettono reati, ma è il partito che autorizza gli arresti quando non c’è il fumus persecutionis, come il caso di Francantonio Genovese”. E conclude: “Nel Pd chi ruba va a casa a calci nel sedere esattamente come chi è negli altri partiti. Non c’è Pd e non Pd. Ci sono ladri e non ladri”. In queste parole c’è tutta la rabbia di Matteo Renzi per vicende che rischiano di azzoppare il suo esecutivo e tutto il Paese. Tra le righe si legge un voler rompere definitivamente i ponti con il passato. Niente più giustificazioni o altro. A volte, come sosteneva Oriana Fallaci, “è sano, fa bene essere arrabbiati”.

Dal ddl anticorruzione alla riforma della giustizia – Del resto l’etica è così liquida oggi, che si farebbe fatica a identificarla con una precisa parte politica. Sarebbe un integralismo poco calzante con l’epoca contemporanea. Renzi sembra averlo intuito prima di altri e se per la Fallaci quell’11 settembre aprì una voragine di pensieri e ragionamenti mai esternati, il Mose, per il Presidente del consiglio, è stato un vero e proprio spartiacque in grado di far emergere riflessioni che, magari, durante l’ultima campagna elettorale delle primarie, gli avrebbero procurato una cascata di aspre critiche da parte dei suoi competitor interni. Un sentimento come la rabbia è spesso seguito dall’orgoglio. Lo sapeva l’autrice di “Lettera a un bambino mai nato” e anche Matteo Renzi sembra esserne consapevole. Dopo il razionale turbamento, c’è la fase che conduce a voler fare qualcosa per cambiare la situazione attuale e così il premier, sempre dal palco napoletano, ha annunciato un piano anticorruzione e la riforma della giustizia entro fine giugno: “La settimana prossima i poteri a Cantone. Poi, due settimane dopo, la riforma più complessiva della giustizia, con misure come quella per cui se un politico ha violato la legge, ci deve essere la certezza che in un ufficio pubblico non metterà più piede se non per fare un certificato”.

Nuovo codice etico nel Pd? – Negli ultimi mesi il Partito democratico è stato posto di fronte a una dura realtà. L’arresto del sindaco di centrosinistra Giorgio Orsoni, il caso Expo e il ritorno sulla scena di Primo Greganti, alias “compagno G”, il “sistema Sesto” e il coinvolgimento di Filippo Penati, stretto collaboratore di Bersani e l’arresto di Francantonio Genovese a Messina hanno scosso Matteo Renzi, che non pensa soltanto a modificare la giustizia italiana, ma anche a cambiare le regole interne dei democratici, che a quanto pare, così come sono scritte, sono servite a poco. E’ per tale motivo che il suo braccio destro, Luca Lotti, è stato incaricato di avviare un cambio di marcia nel codice etico e nello statuto del Pd. Anche se siamo nell’ultima fase della primavera, si tenterà di fare pulizia e alla prossima Assemblea nazionale del partito si parlerà di questione morale, magari accantonando definitivamente quella presunta superiorità mostrata nei decenni dalla sinistra italiana. Non c’è più nulla di cui vantarsi, soprattutto se ad essere compromessi sono proprio quelli della cosiddetta vecchia guardia. I prossimi giorni saranno decisivi nel Pd per fare chiarezza, dirsi le cose così come stanno e non rinviare più decisioni che hanno portato alla situazione attuale, perché come diceva Oriana Fallaci “vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”.

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