Il Mondiale della sfortuna

Una competizione al di là del calcio – Di solito siamo abituati a vedere le lacrime nelle ultime partite del Mondiale. Quando si viene eliminati proprio sul più bello, ad un passo dalla storia e a causa dei calci di rigore. Quest’anno, invece, si piange a priori. Si versano lacrime alla vigilia dell’evento calcistico. Il motivo sta nella miriade di infortuni che sta colpendo la maggior parte delle selezioni. Da quelli che non sono riusciti a recuperare in questi mesi per l’appuntamento con la storia, fino ai crack last minute. Una doccia fredda per tutti quei campioni o buoni giocatori, i quali sanno bene che un Mondiale è un evento in grado di andare al di là del calcio. Spesso con il pallone si mischia la politica e la voglia di riscatto di un popolo. E’ stato così per i brasiliani, che tramite i verde oro nel 1958 poterono urlare al resto del mondo di esistere, di esserci nonostante le sofferenze e la povertà che attanagliavano il Brasile. La maggior parte di quei ragazzi della Seleção erano poveri, ma da quel momento in poi vennero guardati con stima e affetto da migliaia e migliaia di persone. Il simbolo di quella nazionale era il semplice Garrincha. Un ragazzo che oggi faremmo fatica a trovare nel calcio contemporaneo.

Quel Brasile del ’58. Simbolo di riscatto per un popolo – Un Mondiale è fatto così. Di storie particolari, uniche e indimenticabili. Se lo giochi entri, in un modo o nell’altro, nel cuore della gente. Un professionista del football non vorrebbe mancare per nulla al mondo a questa manifestazione. Troppi significati, un grande prestigio da inserire in un curriculum da mostrare un giorno ai propri figli, ai nipoti e in qualche conferenza in giro per il pianeta. Per tutti questi motivi gli infortuni degli ultimi mesi e quelli recenti a vari giocatori che avrebbero dovuto prendere parte a Brasile 2014, sono una brutalità. Un sogno che si spezza, un’amarezza difficile da scrollarsi di dosso. Si pensa al fato e ci si sente abbandonati, ma nello stesso tempo si vuole ripartire. Si esce pian piano dall’infermeria e si guarda l’orizzonte con speranza e fiducia. In fondo è il bello del calcio. Ripartire nonostante le sconfitte, le umiliazioni, le ingiustizie. Il calcio è proprio una metafora della vita, una delle più riuscite. E’, molto probabilmente, anche per tale motivo lo sport più popolare sulla faccia del globo.

Da Reus a Ribery. L’elenco della malasorte – Chissà cosa ha dovuto pensare Marco Reus, attaccante del Borussia Dortmund e della Germania, quando ieri sera, durante l’amichevole contro l’Armenia ha rimediato una parziale rottura dei legamenti che gli farà saltare la competizione mondiale. Il ragazzo coraggioso, perché in patria aveva scelto due anni fa di vestire la maglia del Borussia e non quella dei fortissimi e ricchissimi bavaresi del Bayern, saprà rialzarsi. La giovane età è dalla sua parte, anche se non potrà giocare in una nazionale teutonica tra le più forti degli ultimi decenni. La lombalgia, invece, terrà fuori il francese Frank Ribery. Nel Paese della Monna Lisa, l’esterno transalpino è stato sempre la stupenda eccezione. Un trascinatore, un leader e la sua classe mancherà ai suoi compagni, ma non agli avversari. Poi c’è l’assenza di Radamel Falcao. L’esplosivo centravanti colombiano, a causa di una rottura del legamento crociato anteriore sinistro, dovrà lasciare i suoi connazionali orfani della sua bravura e quindi sarà più complicato ottenere un riscatto atteso da decenni nella nazione sudamericana. Oltre al nostro Montolivo, inoltre, mancheranno la punta del Belgio Benteke, il portiere spagnolo Victor Valdes, l’estremo difensore francese Mandanda, l’iberico Thiago Alcantara e il cileno della Fiorentina Mati Fernandez. Per molti di loro sarà possibile rifarsi tra quattro anni, ma perdersi il Mondiale nel Brasile dei re del calcio non ha prezzo. E’ qualcosa che non tornerà mai più, purtroppo.

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