Shimon Peres e Abu Mazen in Vaticano

Papa Francesco in questi giorni ha dimostrato che l’impegno, la passione e la naturalezza che mette in tutto il suo operare lo portano a fare gesti che colpiscono tutto il pianeta e sovente ottengono risultati insperati. Ha invitato  Shimon Peres e Abu Mazen in Vaticano il prossimo 8 giugno. I presidenti dei due paesi che sono il simbolo della guerra e del sogno della pace mondiale, Israele e la Palestina, hanno accettato entrambi. Papa Francesco ci ha tenuto a precisare che non siamo di fronte alla riedizione degli incontri tra i due paesi ostili tenutisi a Camp David negli anni di Clinton, ma che si tratta semplicemente di un incontro di preghiera.

Nessuna mediazione quindi, ma solo un incontro di preghiera. Con sullo sfondo il desiderio del mondo intero che ciò in qualche modo inspiegabile possa far partire un processo di pace. I gesti autentici colgono sempre nel segno, e Papa Bergoglio da quando è arrivato ci ha abituato a questo, ed ora in questo modo alimenta il grande sogno che accomuna tutte queste anime, quello della pace. Oltre quello di avvicinare nell’ottica di scambi molto più proficui tutte le religioni monoteistiche, che Bergoglio ha raccontato in questi giorni, visitando Israele.

Ci sarà senza dubbio un rabbino e un islamico insieme al Papa e non è semplice immaginare come si svolgerà questo incontro, se si pregherà secondo uno solo dei dogmi, se tutti e tre pregheranno anche nella lingua degli altri. Se ognuno reciterà la sua preghiera, o se esiste una potenza della preghiera, che è il linguaggio dei cuori, e ognuno di loro la vorrà veramente e intimamente recitare. È un gran bel sogno la pace, e al di là di ciò che pensano i signori delle armi, ed è solo attraverso di essa che si creano le dinamiche di crescita e di sviluppo per ognuno.

Ancora più grande è il sogno di Papa Bergoglio che è arrivato da lontano e viene a dirci che è possibile anche pensare ad un Dio che è lo stesso per tutti i credenti al di là delle innumerevoli religioni. E prima ancora quello di creare un ponte tra oriente ed occidente.

Questa è una visione che lo accomuna a Kahlil Gibran, poeta, pittore e filosofo libanese. Gibran ha provato con tutta la sua opera di avvicinare la cultura occidentale con quella orientale. Certo qualcuno avrà modo di dire che tutta la sua opera non è vera letteratura, e la sua ricerca non è pura filosofia, e che insieme a dei passi dove si coglie lo spirito dell’illuminazione fulminante, convivono anche delle grandi ovvietà che sfiorano il già sentito dei baci perugina. Ma non sarà semplice  provare a convincere di questo i milioni di giovani in tutto il mondo che lo hanno seguito e ancora leggono con piacere le sue opere, tradotte in venti lingue, considerate  quasi dei breviari mistici, specialmente dai ragazzi. Esattamente come per il Papa che stupisce con la semplicità e delle apparenti ovvietà.

È quello che a tratti capita di sentire, infatti, anche per Bergoglio, ma supponiamo sia la forza della verità, l’essere veicolato dalla semplicità e dalla spontaneità che a tratti sfiora il banale.

In medio oriente si mischiano i potentissimi interessi economici e le altrettanto poderose spinte religiose, e non sarà affatto facile che accada quello che è nel cuore di Bergoglio, e che sarebbe stato anche nell’animo di Kahlil Gibran. Non è improbabile che Papa Francesco utilizzi un verso inglese di Gibranmetà di quel che dico non ha senso, ma lo dico perché l’altra metà possa giungere a te. Magari con la semplicità dei ragazzi riusciranno a parlarsi così. Se poi la preghiera smuovesse un po’ alcune certezze e rendesse visibile ad ognuno la presenza e il diritto alla dignità che l’altro reclama, si potrebbe accendere una luce che porti veramente ad un cammino di pace.

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