Cina, 25 anni fa, accadeva a Piazza Tienanmen

Era il 4 giugno del 1989, e a Pechino si scrisse una delle pagine più nere della storia. La rivolta studentesca, la repressione dei manifestanti e quel giovane, che divenne il simbolo della libertà, sfidando con la sola arma del proprio corpo i carri armati che avanzavano. Il governo cinese, non ha mai voluto parlare dello scossone a cui venne sottoposto in quel periodo, anzi ha sempre evitato di addentrarsi troppo in quell’epoca buia, scacciando chiunque continuasse nel dissenso.

Sono trascorsi 25 anni da quei giorni, ma la Cina non intende ascoltare. In previsione dell’anniversario, nei giorni scorsi, alcuni siti internet erano stati bloccati, tra questi c’era anche Google, non bisognava diffondere la memoria dell’accaduto. I problemi di connessione si sono avuti anche per accedere alle caselle di posta come Gmail e Picasa, un’applicazione che serve a modificare video e foto. Anche Linkedin, ha preferito eliminare qualsiasi post legato al ricordo degli eventi, per non incorrere nella censura governativa.

Navi Pillay, Alto Commissario per i Diritti Umani dell’Onu, ha chiesto ancora una volta che sia fatta luce su quei tragici avvenimenti e si è detto preoccupato perché tutti coloro che sono stati individuati come dissidenti: giornalisti, avvocati e attivisti, sono stati tratti in arresto preventivamente, in vista di questo giorno. Tra questi Guo Jian, un sino-australiano, ex militare e partecipante alla manifestazione del 1989 ed ora artista, prelevato dalla sua casa in un quartiere periferico di Songzhuang, nella zona orientale di Pechino. L’artista sarà rilasciato tra 15 giorni. La causa scatenante sarebbe stata l’intervista rilasciata dall’uomo al Financial Times, in cui aveva mostrato ai giornalisti una scultura commemorativa della strage.

Pillay ha dichiarato: “Esorto le autorità cinesi a rilasciare immediatamente le persone detenute per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione. Invece di soffocare i tentativi di commemorare gli eventi del 1989, le autorità dovrebbero incoraggiare e facilitare il dialogo e la discussione come un modo per superare l’eredità del passato”.

La verità su quegli eventi, ad oggi, è una nebulosa perché ogni dato fornito sui fatti accaduti, tra il 3 e il 4 giugno del 1989, appare sgonfiato o ridimensionato oppure dilatato, dipende da quale angolazione, lo si osservi. Le vittime, sono state migliaia o centinaia, e cosa accadde per giungere al quel bagno di sangue? Questi sono interrogativi che assillano i familiari delle vittime che ancora, non hanno ricevuto risposte convincenti. L’Alto Commissario Pillay ha spiegato che “imparare da eventi passati non toglierà nulla ai progressi degli ultimi 25 anni, ma mostrerà il percorso compiuto dalla Cina per garantire che i diritti umani siano rispettati”.

Ma Pechino non ha inteso rispettare il monito giunto dalla comunità internazionale, già il 5 maggio scorso, aveva avviato una serie di arresti come quello dell’avvocato Pu Zhiqiang e dell’intellettuale Sun Youyu e nel mirino sono finiti anche diversi giornalisti della stampa estera, come denunciato dal New York Times, con il divieto di andare in piazza Tienanmen per evitare di dovere “affrontare gravi conseguenze”.

Il portavoce governativo Hong Lei ha precisato che per Pechino, “non esistono cosiddetti dissidenti, ma solo persone che infrangono la legge” per cui tutte le misure prese, sono state adottate per ragioni di sicurezza e ordine pubblico, non per mettere a tacere la libertà d’espressione. Ma se in nella città, i focolai di protesta vengono spenti, fuori invece, si agisce e Hong Kong ha organizzato la tradizionale veglia a Victoria Park, così come Taiwan. E anche dagli Stati Uniti, due degli storici leader del movimento studentesco dell’89, Wang Dan e Wang Juntao, hanno annunciato la formazione di un nuovo gruppo di protesta, che ha come obbiettivo quello di far finire l’epoca del regime cinese.

La questione, sempre aperta, è quella dell’effetto sortito dalle rivendicazioni portate in piazza attraverso la protesta del 1989. Le richieste di quegli uomini che hanno pagato col sangue, sono state mai soddisfatte?

Un analista politico, Rémi Castets, che studia da tempo la Cina per l’Université Bordeaux 3, ha evidenziato che “la prima rivendicazione era la democratizzazione del regime e quindi l’introduzione di un sistema multipartitico. È chiaro che ne siamo ancora molto lontani”. Mettere in discussione il Partito Comunista Cinese, è considerato un reato, punito con la carcerazione e la privazione dei diritti umani.

L’analista Castets dice anche che “una seconda rivendicazione degli studenti era di limitare le diseguaglianze generate dall’instaurazione in Cina di un’economia di mercato. E, se guardiamo alla situazione attuale, dobbiamo riconoscere che la tendenza si è addirittura aggravata”, così anche il tentativo “di limitare la corruzione e il nepotismo all’interno del partito unico”, problema anche questo non risoltosi ma aggravatosi con l’aumento del bacino d’affari, che ha di conseguenza generato l’incremento della corruzione.

Il settore che invece ha segnato un punto a favore della linea del Partito, è quello relativo alla crescita economica superiore al 7% e di cui oggi, si trovano a beneficiare alcuni dei partecipanti alle proteste del 1989, i quali, visto il miglioramento “delle condizioni di vita dei cinesi”, hanno preferito seppellire l’ascia di guerra delle rivendicazioni, nonostante tra la popolazione vi siano forti discrepanze nel godimento effettivo della crescita.

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