Rai vs Renzi, di tutto di più 660x330

La Rai è sul piede di guerra – Qualche giorno fa i sindacati interni alla Rai hanno indetto uno sciopero dell’emittente nazionale per l’11 giugno. La presa di posizione di Cgil, Cisl e Uil è dovuta al “taglio di 150 milioni previsto dal Dl. 66/2014, che mostra evidenti profili di incostituzionalità”. A sentire gli organi sindacali si tratterebbe di “un taglio drastico che non colpisce gli sprechi ma i posti di lavoro, creando le condizioni per lo smantellamento delle sedi regionali e ancor peggio per la svendita di Rai Way alla vigilia del 2016 (data in cui dovrà essere rinnovata la concessione per il servizio pubblico), lasciando intravedere inquietanti ritorni a un passato fatto di conflitti di interessi e invasione di campo dei partiti e dei Governi”. Dichiarazioni che sono state una conseguenza di quel battibecco televisivo tra il Presidente del consiglio, Matteo Renzi, e il conduttore di Ballarò Giovanni Floris. Già da quell’accesso diverbio si era scorto un malessere sulle intenzioni del premier e dell’esecutivo di larghe intese di imporre alla Rai, come a tutto il Paese, dei sacrifici economici.

Renzi: “Se fossi nel gruppo dirigente Rai, ascolterei il mio azionista” – Stando alle parole dell’azienda di Viale Mazzini anche loro sarebbero disposti a tirare la cinghia e a tagliare quei 150 milioni di euro previsti dal decreto Irpef, ma il problema è come si intende racimolare quel denaro. Matteo Renzi, a tal proposito, aveva dato indicazioni ben precise e vorrebbe approfittare di questa spending rewiew per ridisegnare la struttura, secondo lui antiquata, della tv di Stato. Il governo ha in mente di riorganizzare le sedi regionali e di vendere una parte di Rai Way, ma a quanto pare il Direttore generale Luigi Gubitosi starebbe pensando ad altre forme di risparmio e ignorerebbe le dritte dello Stato, ovvero l’azionista di riferimento. Un atteggiamento che ha irritato e non poco l’ex sindaco di Firenze: “Se di mestiere fossi nel gruppo dirigente Rai ascolterei il mio azionista”. Il fastidio del premier è dovuto anche allo sciopero annunciato dai sindacati, definito “umiliante”, e a quanto pare è convinto a tirare dritto per abbattere lo status quo dentro l’azienda: “Vogliono fare sciopero? Lo facciano, ma poi andiamo a vedere quanto costano le sedi regionali”.

Se il costo del lavoro pesa in Rai il 36% e a Sky appena il 7% – Il mantra renziano vorrebbe entrare nelle sedi della Rai, ma non per imporre il proprio pensiero, ma per abbattere vecchie logiche che da decenni la fanno da padrone nella tv pubblica. Rottamare è l’imperativo categorico di Matteo Renzi e non sembra intimorito neanche dalle resistenze che sta incontrando sulla sua strada. Però il Presidente del consiglio tiene a specificare come l’azione dell’esecutivo non è finalizzata a semplici tagli (“nessuno ha chiesto tagli a programmi e a contenuti Rai”), ma si cercherebbe di razionalizzare gli sprechi. E a ben guardare mamma Rai sa bene come sperperare il denaro. Dalla lussuosa sede fatta costruire a Firenze dal democristiano Ettore Bernabei, dove oggi lavorano appena 132 persone, fino alla doppia sede regionale in Sardegna (con una base a Cagliari e una a Sassari). Ma non finisce qua, perché le trasferte vengono pagate a peso d’oro ai vari funzionari romani e abbondano le sedi all’estero, sono addirittura undici, e i compensi milionari ai cosiddetti big non possono passare in secondo piano. Se il costo del lavoro pesa per il 36% in Rai e solo per il 7% in una tv privata e all’avanguardia come Sky, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Ci sono sprechi enormi, una zavorra in grado di impedire lo sviluppo di un’offerta comunicativa veramente competitiva.

Renzi e l’Usigrai vogliono la stessa cosa? – Porre la politica fuori dalla Rai e seguire il modello Sky. È questo l’obiettivo dell’Usigrai e anche di Matteo Renzi. Il problema è che entrambi partono da visioni della realtà differenti e ancora non c’è una proposta concreta da parte del governo. Tutto ciò, inevitabilmente, agita le acque e rende l’orizzonte nebbioso. Il Presidente del consiglio vorrebbe “una nuova Rai entro un anno” e il sindacato dell’azienda lancia il guanto di sfida proponendo i punti da cui ripartire (rinnovo della concessione nel 2014, rottamazione dei partiti e dei governi dal controllo della Rai, lotta all’evasione, canone sociale e riorganizzazione aziendale). È necessario, però, trovare un punto di equilibrio e così, come annunciato dal viceministro alle comunicazioni Giacomelli, il governo vuole anticipare a quest’anno il rinnovo della convenzione, che permetterebbe di cambiare la governance e mettere in un angolo la legge Gasparri. Una mossa che spiazzerebbe gli attuali vertici Rai e rischia di dividere il fronte dello sciopero per la prossima settimana. Dentro la redazione del tg3, infatti, ci sarebbero le prime defezioni. Renzi gongola, sa bene che questo sciopero non farà altro che accrescere la sua popolarità e nel frattempo si augura di vedere in Rai un piano editoriale e industriale che scardini l’azienda dall’attuale immobilismo.

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