Oscar Wilde con i baroni-gay a Taormina

C’era anche lui, il “dandy” più geniale dei salotti letterari inglesi, con i bizzarri e fantasiosi baroni tedeschi che inventarono il turismo a Taormina, negli ultimi decenni dell’Ottocento. Andava fiero, lo scrittore Oscar Wilde, di avere agghindato personalmente non pochi dei bellissimi ragazzi (figli di contadini e pescatori) che Wilhelm Von Gloeden amava fotografare nudi, in pose di languidi abbandoni, sulla spiaggia dell’Isola Bella o in aperta campagna, nel suggestivo scenario che aveva quasi sempre sullo sfondo il vulcano Etna ed il mare di Naxos. E fu lui il primo a presentare nei salotti e circoli culturali di Londra le immagini di quei “meravigliosi corpi, duri e dolcissimi, perennemente abbronzati dal sole di Sicilia”, ben diversi da quelli dei biondi, eterei  e fragilissimi “boy friend” che da tempo frequentava abitualmente in patria.

Arrivò da solo a Taormina nel 1891, a 37 anni, l’autore del “Ritratto di Dorian Gray”: senza quello che era allora il suo amante stabile, Robert Baldwuin Ross, diciassettenne dagli occhi verdi, “fragile e ammaliante nello splendore della sua bellezza albionica”. Sapevano tutti, a Londra, di quel rapporto, fin troppo ostentato dallo scrittore, campione dell’estetismo dilagante in Gran Bretagna e nell’Europa di fine Ottocento (nelle università inglesi era di moda la “boy worship”, la cosiddetta “adorazione del fanciullo”). Ma il “fanciullo” Robert Baldwuin Ross non seguì il suo “adoratore”a Taormina. Le leggi della puritana Inghilterra erano tali da sconsigliare allora, anche a un trasgressore famoso come Oscar Wilde, la ufficializzazione del rapporto con un minorenne. Un giorno, per un altro giovane amante, il temerario Oscar sfiderà quelle leggi e finirà in prigione, dopo un clamoroso processo, con una dura ed esemplare condanna a due anni di carcere con lavori forzati.

Nella “Taormina dei peccati e dei grandi amori”, era tutto per i ragazzi che il barone Gloeden fotografava nudi, il più chiacchierato “gay” dei salotti mondano-letterari londinesi. Ma all’adorato “fanciullo“ Robert Baldwuin, che gli aveva “preso il cuore e incendiato la mente”, non si stancava di mandare messaggi grondanti passione e struggente dolcezza, uno dopo l’altro. “Le mie braccia, senza di te, stringono il vuoto…”, gli scriveva dalla sua camera d’albergo. E poi: “Ho scoperto quaggiù il paradiso dei grandi innamorati”. Ed ancora: “In questo paradiso, mio adoratissimo Robert, verremo un giorno a vivere insieme…”.

Alloggiava a Taormina in un alberghetto del centro, che è oggi il “Victoria”, sul corso Umberto. Non c’erano camere con bagno, allora, e l’illustre ospite poteva disporre in camera soltanto di una tinozza, nella quale i ragazzotti che frequentavano casa Gloeden scaricavano ogni giorno barili di acqua di mare. Lo avevano sempre fatto per le abluzioni giornaliere del barone-fotografo, andando su e giù con i barili in spalla per la ripida stradetta che collegava il centro abitato (a 205 metri sopra il livello del mare) con la spiaggia. Wilhelm Gloeden, che a Taormina era venuto a 22 anni per curarsi da un principio di tisi, diceva che a ridargli la salute era stato anche quel bagno giornaliero con acqua di mare. Il suo grande amico Oscar Wilde non era ammalato; ma lui, per il mesetto che lo scrittore trascorse a Taormina, volle fargli ugualmente omaggio di quella “miracolosa” acqua.

Erano molto amici e quasi coetanei (Wilde era più grande di due anni). “Ci rivedremo presto”, promise lo scrittore al taorminese d’adozione Wilhelm, al momento della partenza. Ma nel paradiso di Taormina non ritornò più, né in compagnia del “fanciullo” Robert Baldwuin né da solo.  Ebbe nuovi amanti, il “gay” Oscar, tutti molto giovani. Al diciottenne John Gray scriveva: “Tu, amore  mio carissimo,  sei fatto d’avorio e d’oro, la curva delle tue labbra riscrive la storia”. Ed al ventenne Alfred Bruce Douglas, che chiamava affettuosamente Bosie: “Per amore è dolce impazzire”. Finì in carcere, per l’amatissimo Bosie. Subì le umiliazioni più cocenti, conobbe la miseria, la solitudine, la disperazione (l’editore inglese si rifiutò di pubblicare i libri di uno scrittore “immorale”). Ma non si stancò mai di ripetere: “Lo amo, l’ho sempre amato e lo amo, con un senso di tragedia e di rovina, e continuerò ad amarlo per sempre, anche nella tomba”.

Alfred, ultimogenito del ricchissimo marchese di Queensberry, era un biondino dalla faccia d’angelo e dal cuore di pietra, sfrontato e ambizioso, con velleità letterarie: l’omosessualità per lui, più che un rapporto da vivere, era un vessillo da esibire per dare la scalata al successo. Oscar se ne innamorò alla follia, fece di tutto per farne un poeta (ed era quello che ad Alfred interessava di più), ma non ci riuscì e non ebbe da lui amore. Sarà la sua rovina, quel biondino dalla faccia d’angelo. Lord Queensberry riteneva Wilde responsabile della vita scapestrata del figlio, definendolo pubblicamente “un bieco corruttore di minorenni”. Gridò allo scandalo e gli lasciò anche un biglietto al club, con questa durissima intestazione: “Ad Oscar Wilde, il sodomita”.

Non era e non poteva essere certo una offesa infamante, quel biglietto, per un tipo come Oscar Wilde che gli insulti se li procurava con le sue stravaganze di vita, li provocava, si direbbe anzi che godesse a provocarli. Ma quella volta, stranamente e incautamente, certo mal consigliato da avvocati poco avveduti e dallo stesso Alfred che detestava il padre e non tollerava intrusioni nella sua vita, decise di reagire, citando in tribunale il suo accusatore.

Era ricco e famoso, il geniale “dandy” dei salotti londinesi. Sferzante e provocatore come sempre, pensava di spingere all’estremo la sua provocazione, di poter affrontare il processo come un divertente dibattito da salotto. Ed invece, in tribunale, da parte lesa che era (o voleva essere) divenne il grande accusato. Il nobile Queensberry, per dimostrare di non essere un diffamatore, tirò fuori “tutte le nefandezze” della vita di Oscar Wilde, chiamando a testimoniare ragazzi di ogni età e condizione sociale che avevano avuto rapporti con lui, anche a pagamento. Ed a quel punto, per l’incauto Wilde, scattarono le leggi contro la omosessualità, severissime allora in Gran Bretagna (anche se ipocritamente ignorate, troppo spesso, dai giudici). La sentenza fu di piena assoluzione per Lord Queensberry dal reato di diffamazione e di condanna per lo scrittore: due anni di durissimo carcere, addirittura con l’aggravio dei  avori forzati.

Scontò interamente la pena, il disperato Wilde: nel carcere di Reading, dove scrisse due delle sue opere più significative, “De profundis” e “La ballata del carcere di Reading”, che i lettori conosceranno molti anni dopo la sua morte. Del cinico e sferzante “Oscar degli scandali” non restava più nulla, in quegli scritti: il “dandy” sfrontato e beffardo che aveva sempre considerato il dolore come una “degradazione dello spirito”, a contatto con la sofferenza propria e quella della gente che gli stava attorno in carcere era finalmente maturato, diventando quello che non era mai stato, un uomo.  Riconosceva le proprie colpe, condannava il suo passato, sentiva quasi un bisogno di espiare. “Per chi è in prigione, le lacrime sono parte della quotidiana esperienza: un giorno in prigione senza pianto è un giorno in cui si ha il cuore duro”, scriveva nel “De profundis”, una lunga e sofferta lettera, piena di meditazioni e slanci affettivi, diretta proprio ad Alfred Bruce Douglas, il biondino dalla faccia d’angelo che era stato la sua rovina.

Uscì dal carcere nel 1897, a 43 anni, povero in canna, abbandonato da tutti, non soltanto dall’editore che aveva bloccato la pubblicazione dei suoi libri. Un uomo distrutto, moralmente e fisicamente: sentiva (con il disprezzo della gente e lo scherno dei suoi nemici) la imbarazzatissima freddezza degli amici di un tempo. Lasciò l’Inghilterra per trasferirsi a Parigi. Visse di stenti, con la elemosina di qualche vecchio amico o di sconosciuti cui in strada chiedeva un “luigi”. Morirà in Francia, in un alberghetto dell’Alsazia, nel novembre del 1900,  a 46 anni, per una infezione all’orecchio provocata dalla sifilide che lo aveva colpito da giovane e dalla quale (forse per sua trascuratezza) non era mai del tutto guarito.

L’amico Gloeden, da Taormina, gli aveva teso una mano, con grande generosità e affetto, mettendogli a disposizione la propria casa. “Vi ringrazio, ma il sole mediterraneo non fa più per me”, rispose lo scrittore. Era davvero la fine, per lui: ultimo atto della vita esaltante e tragica di un grande scrittore-poeta-commediografo che si spegneva nella più disperata solitudine. Nessuno degli ex “fanciulli” amati si era più fatto sentire. Neppure l’Alfred che lo scrittore Oscar Wilde avrebbe voluto far diventare un poeta. Il Bosie dalla faccia d’angelo e dal cuore di pietra lo aveva da tempo abbandonato, completamente dimenticato. E questo, per il povero Oscar che non smise mai di amarlo, fu il calice più amaro.

L’articolo di Saglimbeni è tratto dal libro “Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori” che presto sarà disponibile anche in ebook in lingua inglese.
sito web: www.gaetanosaglimbeni.jimdo.com

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