Dalla Libia all'Egitto, il Nordafrica è agitato

Ahmed Maiteeq, imprenditore originario di Misurata, domenica scorsa, ha ottenuto d’esser nominato nuovo Premier della Libia, ricevendo la fiducia dal Congresso Nazionale libico e sfidando il clima di tensione e di lotta, tra le fazioni islamiste ed i miliziani dell’ex generale Khalifa Belqasim Haftar. Ma, già oggi, nell’abitazione di Maiteeq, in una zona residenziale ad est di Tripoli, un gruppo di uomini armati, ha lanciato razzi e sparato contro la dimora, senza causare feriti, pur se il Primo Ministro e la famiglia erano in casa, al momento dell’attentato. Maiteeq, è il quinto  premier eletto dalla caduta del regime di Gheddafi ma è sostenuto dagli islamici ed è tra i più giovani dei capi di governo, ha 42 anni, formato da 18 ministri. Lunedì, il gruppo dei ribelli che vogliono l’autonomia e da più di un anno bloccano i siti petroliferi nell’Est della Libia, hanno disconosciuto la legittimità del nuovo governo e hanno chiesto che resti il governo uscente sino al 25 giugno, quando ci saranno nuove elezioni. I ribelli della Cirenaica, lo scorso 6 aprile avevano fatto un accordo con Abdullah al-Theni ed il suo governo ad interim, il Premier uscente, ed avevano dato parola sullo sblocco graduale dei siti petroliferi. Le stesse contestazioni vengono anche dal gruppo di Haftar con il suo auto proclamato “Esercito libico”, che ha già attaccato le milizie islamiste a Bengasi, dove sono morte 80 persone. Haftar ha chiesto che il Parlamento fermi i lavori e lasci il potere ad un’Assemblea Costituente per predisporre il testo della nuova Carta Libica. L’ex generale, ha letto una dichiarazione alla tv al-Ahrar in cui non considera valida la nomina di Ahmed Maiteeq.

In queste ore, gli Stati Uniti, hanno diramato comunicazione a tutti i cittadini americani in Libia, di lasciare “immediatamente” il paese per via della situazione “imprevedibile ed instabile”, spiegando ai turisti che devono esser “consapevoli del fatto che essi potrebbero essere rapiti, attaccati o uccisi. A causa di problemi legati alla sicurezza” ha avvertito il Dipartimento di Stato americano. “È stato limitato il personale dell’ambasciata americana a Tripoli, che non ha quindi che mezzi molto limitati per aiutare i cittadini americani in Libia”. L’America vive in queste ore, il trauma dell’attentato avvenuto a Bengasi contro il consolato statunitense, l’11 settembre 2012, in cui persero la vita quattro americani; tra loro c’era l’ambasciatore, Christopher Stevens.

Con l’attentato che ha colpito l’abitazione del Ministro degli Interni in Tunisia, e che è stata organizzata contro il governo al potere di matrice islamista e con la richiesta di un nuovo governo, l’assetto geopolitico del Nordafrica è estremamente sbilanciato e fa crescere l’apprensione dell’Occidente, che ha già molto da fare per la situazione in Nigeria, quella siriana e l’incessante guerra ucraina.

E anche in Egitto, la situazione politica è molto delicata. Qui da due giorni, le urne sono aperte per eleggere il nuovo Presidente e la Commissione Elettorale ha aggiunto un terzo giorno, oggi per l’appunto, per dar modo agli elettori di recarsi a votare ed alzare il quorum. Il vincitore indiscusso si conosce già, è Abd al-Fattah Khalil al-Sisi, un generale che a quanto sembra, vorrebbe esser il successore di Nasser. Il neo Presidente, proviene dalla Fratellanza Musulmana, e rappresenta l’idea di uno Stato ancora afflitto, come lo è una parte considerevole del Continenete africano, da una visione del potere di tipo accentratore ed estremista, in cui il nome di Allah, è il vessillo degli estremismi e della lotta fratricida.

La parola democrazia, qui è ancora un concetto astratto dove i brogli e la campagna elettorale sono controllati dalle fazioni islamiche e il lancio dell’altra candidatura, quella di Hamdin Sabahi, è stata solo uno specchietto per le allodole per far credere che tutto si sia svolto sotto l’egida del pluralismo e del confronto aperto. Sabbahi da parte sua, è sospettoso sulla regolarità del voto ed ha ragione ad esserlo, ma la Commissione Elettorale ha detto che la possibilità di un giorno in più per votare “seguiva il volere del popolo”.

Ma la stampa locale ha raccontato che fuori dai seggi, proprio quel popolo, è rimasto stupefatto dal prolungamento del voto; segno evidente che al di là di ogni volontà dell’elettorato, quello che conta è la vittoria plebiscitaria del Prescelto.

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