Nigeria due autobombe hanno ucciso più di cento persone

Jos, uno degli stati centrali nigeriano. Due autobombe hanno ucciso più di cento persone ma il numero è destinato a crescere perché ci potrebbero essere molti altri corpi, sotto le macerie. Ed i media locali, che si sono rivolti agli ospedali, registrano quasi 200 vittime. Una giovane donna nigeriana, ha lanciato il suo grido di terrore con il tweet “ci vogliono tutti morti”, affidando per l’ennesima volta ai social, il bisogno di informare il mondo e di condividere la paura. Boko Haram ha colpito di nuovo ma stavolta, l’obiettivo è stato una stazione dei taxi, in una delle strade più affollate della città. La bomba, era in un camion imbottito di esplosivo, e gli attentatori hanno seguito una modalità d’azione, che le fonti investigative hanno classificato, come tipica di Al Qaeda, in quanto adottata in Libano ed Iraq. Dopo la prima esplosione, infatti, ne è seguita un’altra, a distanza di 20 minuti dalla precedente, con un’auto che è stata fatta saltare in aria, nei pressi del Terminus Market, luogo poco distante dal primo attentato.

Un testimone ha dichiarato che “la gente correva ovunque, tanti erano coperti di sangue”. E la seconda esplosione avveniva quando già sul posto erano giunti i primi soccorritori. La preoccupazione che potesse verificarsi qualcosa del genere, era elevata, soprattutto dopo che sabato scorso, a Parigi si era tenuto il vertice tra Hollande ed i capi degli stati africani e gli obbiettivi del gruppo terrorista di matrice islamista, potessero spostarsi dal’area di nord-est a quella centrale della Nigeria. Il Parlamento di Abuja ha disposto il prolungamento dello stato di allerta per altri sei mesi. Già da un anno le zone di Yobe, Adamawa e Borno sono sotto questo tipo di allarme di sicurezza. Lo stato del Borno, in particolare, è quello dove sino ad oggi, nelle mani degli estremisti ci sono circa 300 ragazze.

Il vertice tenutosi a Parigi, ha accertato il legame tra Boko Haram e Al Qaeda nel Maghreb e con altre organizzazioni terroristiche. Hollande ha chiesto, in quell’occasione un “piano globale” contro i terroristi e ne ha discusso con il Presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, molto discusso per la linea morbida seguita fin’ora contro Boko Haram ma che avrebbe dichiarato di esser disponibile a tutto l’impegno possibile per ritrovare le ragazze sequestrate e tenute prigionere. Al summit, erano presenti anche i capi di stato del Ciad, di Camerun, del Benin e del Niger, insieme ai rappresentanti di Gran Bretagna, Ue e Usa. L’incontro di Parigi, è stato considerato unico nel suo genere, e da qui sono usciti degli impegni chiari da parte dei membri ospiti. Un piano d’azione regionale tra gli stati africani per fermare Boko Haram, che prevede lo scambio d’informazioni, il coordinamneto dei servizi d’intelligence, maggiore sorveglianza alle frontiere, la presenza di contingenti militari attorno al lago Ciad e la velocità d’intervento per eliminare le minacce terroristiche. La Francia, che dispone di unità militari presenti sul territorio africano, avrebbe spostato queste, nelle zone attualmente più calde, senza il bisogno di inviarne altre. Il problema si è tuttavia aggravato, perché se in Nigeria è emergenza per i nuovi attentati, nel nord del Mali, ci sono stati i recenti attacchi dei Tuareg separatisti che hanno costretto la Francia a posticipare il ritiro dei suoi uomini dall’ex colonia. In Mali, attualmente, ci sono tremila soldati francesi, per far fronte alla milizie ultra-islamiche di quelle zone. Duemila di questi soldati, secondo i piani francesi, andavano spostati nel Sahel e nel Ciad per bloccare le infiltrazioni di Boko Haram fuori dai confini nigeriani; ma con la nuova crisi in Mali, la riassegnazione è slittata di qualche settimana.

La Nigeria, dopo la nuova ondata di violenza e vista anche la situazione di stallo in cui è rimasto il sequestro delle studentesse rapite più di un mese fa, ha fatto richiesta al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di inserire ufficialmente Boko Haram nella lista nera del terrorismo internazionale, ma è naturale che il paese avrà necessità di azioni più concrete e decisive per uscire da un perenne senso d’impotenza e terrore. Continuano, frattanto gli appelli di liberazione a favore delle ragazze sequestrate, promossi con la campagna #BringBackOurGirls, alla quale hanno aderito milioni di persone.

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