Libia. Gli scontri non si fermano, colpita anche Tripoli

Da una nota pubblicata dalla Farnesina, si apprende che “l’ambasciata italiana a Tripoli si è messa in contatto con i connazionali nella capitale libica per garantire ogni forma di assistenza, in considerazione della situazione che si è creata a seguito degli scontri a fuoco scoppiati nelle ultime ore”. Il fronte degli scontri in Libia, si è allargato, coinvolgendo anche Tripoli. Il Parlamento è stato attaccato ieri, e si riporta un bilancio di 2 morti e 55 feriti. Secondo quanto emerso da un comunicato del Ministro della Giustizia libico, Salah al-Marghani, “gli scontri a Tripoli non hanno alcun collegamento reale” con l’attacco a Bengasi, organizzato dall’ex generale Khalifa Haftar contro gli estremisti islamici, che era stato definito dalle autorità, un golpe.

La sede del Parlamento, ha subito un’offensiva con blindati e scontri a fuoco; un edificio nelle vicinanze, è stato dato alle fiamme. I deputati e i dipendenti sono fuggiti per scampare agli uomini armati, che erano in abiti civili, aggirando i carri armati ed i pick-up. Sono state danneggiate numerose auto. Da Bengasi, ad est – dove nelle giornate tra venerdì e sabato, ci sono stati 80 morti e 140 feriti e nonostante le dichiarazioni del ministero libico – gli scontri si sarebbero spostati a Tripoli.

Da poco era stato nominato il nuovo premier Ahmed Miitig, proprio per ridare stabilità al paese, ma la sua nomina non è stata ben vista dalla maggioranza della popolazione, data la vicinanza ai fondamentalisti islamici, contro cui Haftar ha intrapreso una vera e propria guerriglia urbana. Il neo eletto, non si sarebbe dimostrato all’altezza, per via della presenza dei numerosi gruppi armati, che fanno crescere il livello di violenza anche con scorrerie. A differenza del Ministro della Giustizia, il Presidente del Parlamento libico, Nouri Abou Sahamein, è convinto che l’attacco armato a Tripoli, sia collegato ad Haftar. Sahamein è stato infatti, uno dei primi a dichiarare che l’attacco a Bengasi, era un “colpo di stato”, subito dopo i bombardamenti aerei.

I miliziani, complici di Haftar, sarebbero quelli di Zintan, arrivati a bordo dei blindati dalla via che collega Tripoli all’aeroporto e andati via dopo l’attacco, dalla stessa strada, percorrendola in direzione sud. Questo gruppo armato, riportano le fonti, è quello che tiene prigioniero il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam e che ha sempre rifiutato di riconsegnarlo alle autorità libiche. Sono conosciuti anche per aver organizzato la rivolta del 2011 e per l’opposizione contro il fondamentalismo islamico. I miliziani di Zintan, avevano nel febbraio scorso, inviato un ultimatum al Parlamento per farlo rinunciare al potere. Al silenzio di Tripoli, non erano seguiti attacchi, sino ad ora e non avevano voluto consegnare il figlio di Gheddafi. Quindi non appare improbabile, un concreto rapporto tra Zintan ed Haftar, visto il comune obbiettivo: la lotta all’integralismo islamico. A Bengasi, infatti opera, il gruppo jihadista Ansar al- Sharia, legato ad Al Qaida. Haftar, può contare su frange dell’esercito, che a Bengasi gli hanno messo a disposizione elicotteri, aerei ed armi pesanti. Ci sono pure alti ufficiali e soldati, denominatisi “Esercito Nazionale Libico” e che non hanno intenzione di fermarsi fino a quando la Libia non sarà liberata dagli estremisti. Il nostro Ministro degli Esteri, Federica Mogherini, molto preoccupata per la situazione nel paese nord africano, ha dichiarato: “prima che la situazione sfugga a ogni controllo e la Libia imbocchi la strada della conflittualità, la comunità internazionale, dall’Unione Europea all’Onu, deve mobilitare tutti gli strumenti della diplomazia affinché la transizione verso la democrazia si compia con successo, con il coinvolgimento di tutte le parti”. Ma frattanto, l’attacco si è concentarto anche sulle emittenti televise libiche. Quattro razzi hanno colpito la tv privata Lybia International; ci sono stati molti danni ma nessuna vittima, da ciò che si è appreso da un giornalista che però ha voluto mantenere l’anonimato. Altri razzi hanno colpito una base militare di Benina vicino Bengasi, senza tuttavia causare vittime e sembra che dietro questi attacchi, ci siano i gruppi islamisti radicali.

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