La sottile differenza tra la vita e la morte di Mariam Yahya Ibrahim

Mariam Yahya Ibrahim, una donna incinta di ventisette anni è stata condannata a morte per impiccagione. I giudici del Sudan la ritengono colpevole di apostasia, cioè di abbandono della propria religione. Inorridisco a pensare che un uomo possa decidere la morte di un altro per un qualsiasi motivo che non sia la legittima difesa, e in certi paesi purtroppo ancora è in voga questa pratica crudele, ma pure se che tutte le forme legali vanno rispettate, rimane la certezza che se una legge, essendo fatta dagli uomini, è palesemente ingiusta, contro di essa si ha il dovere morale di reagire. Oltre alla condanna che non sarà eseguibile prima della nascita del bambino e del compimento del secondo anno di età  del medesimo, gli hanno anche inflitto la tenera punizione di cento frustate.  Grande dimostrazione di sensibilità, e se non si notasse il sarcasmo e l’ironia di questa affermazione, voglio fermarmi a sottolinearla con enfasi. Così facendo l’hanno fatta entrare, per l’assonanza con una stazione della via crucis, direttamente nell’albo degli aspiranti santi cristiani.

Tutto perché essendo il padre musulmano, lei era da considerare un adultera, che non poteva sposarsi con un cristiano, invalidando con le cento frustate, oltre alla sua dignità di donna, anche il suo matrimonio. È contro la stupidità del tribunale di Khartoum  che sento il dovere di reagire, e sono contento che l’intera comunità internazionale provi ribrezzo per certe manifestazioni. Sono convinto che nessuna forma culturale, nessun modo di pensare, ne alcuna democrazia si possa esportare o comminare con la violenza, ma mi viene la forte tentazione, e Iddio mi perdoni, anche se non so ancora quale, di dare un calcio nel fondoschiena del giudice Abbas Mohammed Al-Khalifa, che  gli ha concesso, bontà sua,  per rinunciare alla sua fede addirittura tre giorni per pensarci. Non possono non venire alla mente straordinari esempi di coerenza intellettuale e spirituale. Al di là dei santi, i vari Socrate e i vari Galileo, insieme a tanti che si sono succeduti sul palcoscenico della storia, pur di non rinunciare alla loro integrità di animo non si sono fatti intimorire dalla stupidità del sociale in cui purtroppo sono nati, e hanno dimostrato che tutto può essere negato e imprigionato tranne la forza delle proprie idee.

Mariam a Cristo non ha rinunciato. “Toglietemi tutto anche i miei figli e la vita ma non il mio Dio”, avrebbe risposto, ”Sono cristiana e non ho commesso alcun reato”. Come fa questo giudice il cui operato non va contraddetto, a sapere, con i tanti nomi che sono stati dati a Dio nei vari posti del mondo, quale è quello che ha sicuramente ragione, se non per via di quella stupida genetica del gruppo di appartenenza sociale, che gli ha tramandato questa fesseria?  Come mai non spiega la sua legge che il padre di Mariam da islamico ha potuto sposare una cristiana ortodossa e ora la figlia non lo può fare? Forse perché dovrebbe ammettere la presenza di un radicato maschilismo, che ha sempre operato in maniera nemmeno tanto sotterranea in tutte le confessioni religiose del pianeta. Il caso ha già scatenato forti polemiche in tutto il mondo e si sono già mosse nei giorni scorsi le ambasciate di tanti paesi occidentali e varie organizzazioni in difesa dei diritti umani tra cui Amnesty International, ma ciò che mi fa maggiormente rabbrividire è il fatto che a denunciarla è stato un suo parente. Il padre musulmano l’ha abbandonata da piccola e lei è cresciuta nello spirito del cristianesimo ortodosso, e ora con la naturalezza di un giudice idiota le viene chiesto di rinunciare a quello che è diventato il suo credo perché una certa legge pretende di asserire che, anche se il padre non c’era, il credo religioso di quell’uomo, ammesso che ne abbia uno valido universalmente, deve essere ereditato dalla figlia e che le sue scelte in quella che è una direzione estremamente personale non valgono un fico secco.

Nel mese mariano un’altra Mariam che si comporta come la madonna, anteponendo il suo convincimento spirituale alla sua vita e quella dei suoi figli, perché la donna ha già un altro figlio, di cui non si sa che fine farebbero, qualora venisse applicata questa ignobile, medioevale sentenza, con tutto il rispetto per il periodo storico, a tratti più brillante e illuminato della sharia. Il suo caso riporta l’attenzione del mondo sulle nefandezze dell’intolleranza religiosa e sulla condizione dei cristiani nei Paesi dominati dalla sharia, e forse con le pressioni internazionali la poverina riuscirà a cavarsela. A me solo la paradossale vicinanza linguistica tra la parola apostasia e la parola ipostasi. Quest’ultima, l’ipostasi, è la concretizzazione di un concetto astratto o metafisico come l’idea di un Dio. Concretizzazione che purtroppo è in grado di creare, attraverso la presunzione  dell’umano, il concetto di un errore e di un peccato considerato reale come l’apostasi, l’abbandono del proprio credo religioso, che a ben guardare e quanto di più metafisico, impalpabile e astratto possa esistere. La sottile differenza tra il reale e il metafisico, una impalpabilità che potrebbe però portare al furto della dignità e al sacrificio della vita di una donna.

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