La lettera dalle amanti dei preti al Papa per abolire il celibato

Il carattere fraterno di Papa Francesco e il suo innovativo atteggiamento nei riguardi di argomenti che fino a qualche anno fa non interessavano proprio la chiesa, lo metterà sempre più spesso di fronte a delle problematiche in cui sarà chiamato a dire la sua, come rappresentante in terra della voce di Dio e della chiesa. Il suo modo di fare invoglia al dialogo e alle richieste. Quelle di turno a sollevare una vecchia problematica questione, con una lettera molto gentile, sono state un gruppo di donne, tutte rappresentanti  di una categoria in passato detta della “comare del prete”. Un gruppo di donne coinvolte sentimentalmente con un prete o con un religioso, che senza timore di firmarsi, hanno chiesto apertamente di rivedere la legge sul celibato dei preti, per una crescita globale della chiesa, e per alleviare la “devastante sofferenza” in cui si trovano le donne che provano l’esperienza forte dell’innamoramento nei confronti di un prete.

Ognuno di quelli che è cresciuto all’interno delle nostre comunità cattoliche ha sentito prima o poi parlare del classico “nipote” del prete di turno, e questo nella maggior parte dei casi era solo il frutto della maldicenza e dell’invidia, ma in tanti casi invece rappresentava un problema che aveva degli aspetti drammatici carichi di una buona dose di sofferenza. I film e tanta letteratura hanno spesso raccontato della lacerante situazione in cui a tutti gli effetti si viene a trovare una donna che si innamora di un prete, e di preti a loro volta oltre al dramma dell’uomo devono aggiungere quello del ruolo di un religioso costretto a vivere nella menzogna con gli uomini e con il Dio che dovrebbe servire. Che questo gruppo di donne sia solo la punta dell’iceberg, lo fanno intuire anche loro, dicendo che parlano a nome di un gruppo molto più vasto che vive il loro amore nel silenzio.

E i preti? La regola è  tuttora in vigore, ed è un fondamento del diritto canonico dal 1917. Lungo i secoli, e nei vari concili, si è sempre cercato di far rispettare la regola del celibato, ma è stato in ogni paese abbastanza difficile. Salimbene de Adam, francescano e scrittore riportava nella sua Cronica di avere spesso sentito i sacerdoti italiani ripetere un detto: ”Si non caste, tamen caute”, se non castamente, almeno con cautela, testimoniando il fatto che la pratica era abbastanza diffusa, e che fosse importante soprattutto evitare scandali. Il detto veniva attribuito a San Paolo di Tarso, ma erroneamente, forse in riferimento al suo atteggiamento morbido al riguardo. Il santo, che viveva nel celibato, elogiava sia il matrimonio che il celibato. Anche se era preferibile la continenza precisava però nelle lettere ai Corinzi (1 Corinzi 7,8 9) che per quelli che non sono in grado di sopportarlo “è meglio sposarsi che ardere”.

I preti credo sarebbero contenti di non ardere nel peccato. E anche se fanno un po’ ridere le figure come quelle di Emmanuel Milingo, è chiaro che qualcosa andrebbe fatto. Bergoglio non si è ancora pronunciato sulla questione, mentre Giovanni Paolo II ha sempre difeso il celibato, perché il prete in tale maniera non sarebbe distratto dalla famiglia, avrebbe più tempo da dedicare alla comunità religiosa, e non sarebbe in balia della scelta tra il dover rinunciare ai beni terreni e dover pensare al futuro di un eventuale figlio. Al di là di quale sia la vera ragione dell’utilità del celibato per la chiesa, se fosse un lavoro come tanti, parecchi potrebbero rispondere la “chiamata” del diventare un pastore, ma lo farebbero per comodità e non per una reale vocazione, esattamente come in tanti vanno nell’arma dei carabinieri o in polizia.

Negli ordini religiosi in cui non viene praticata, non so si particolari svantaggi, ma da noi in ogni caso sappiamo che non è una cosa semplice, specialmente se si guarda al comportamento di certi prelati riguardo al possesso dei beni terreni, nonostante le prediche di Papa Francesco. Qualcosa andrebbe pensato, perché del celibato come fulgida gemma di cui la chiesa custodisce lo splendore, come diceva Paolo VI, la luce sembra essersi decisamente appannata e non conserva il suo valore anche nei nostri tempi. Eppure sono certo che Dio nella sua complessa semplicità, ci starà guardando tenero e paterno pensando di non avere creato le foglie di fico per coprire le nostre generose pudenda ed evitare ogni carnale tentazione, spinta suprema per la vita, ma che in realtà non abbiamo ancora capito un tubo dell’amore.

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