Bengasi, Libia. Scontri tra i miliziani islamisti e gli uomini di Haftar 660x330 -Foto EPA

La Libia torna di nuovo a far parlare la comunità internazionale. Sulle sue coste, ci sono migliaia di disperati, che si ammassano in attesa del viaggio della speranza, dove potrebbero giungere alle coste siciliane, vivi oppure cadaveri. Le notizie dell’immensa ondata migratoria, che coinvolge uomini, donne e bambine in fuga da Nigeria, Somalia, Siria ma anche da altri paesi colpiti da guerra e violenza, si somma con l’instabilità interna del paese.

Il governo di Tripoli dopo l’uccisione di Moammar Gheddafi, nel 2011, non riesce a gestire il potere ed appare indebolito dai continui scontri. Ieri a Bengasi, gli uomini di Khalifa Haftar, un ex generale in pensione che guida un esercito paramilitare, hanno attaccato alcune milizie integraliste islamiche. Il bilancio delle vittime è di 79 morti e 141 feriti. Le autorità governative hanno accusato Haftar  di voler tentare il colpo di stato. Tra le misure di sicurezza prese, le forze armate hanno comunicato che è stato posto, il divieto di volo su Bengasi, nucleo degli interessi legati al petrolio. L’aeroporto è chiuso da due giorni e qualsiasi aereo, che si troverà sopra i cieli della città, sarà abbattuto. Si prova a far tornare la normalità: alcuni negozi, chiusi per via degli scontri, hanno riaperto l’attività ma la tensione è molto alta.

In una dichiarazione congiunta del Premier libico unitamente al Presidente del Parlamento ed al Capo delle forze armate, si è chiesto ai cittadini di Bengasi – definita  “la città della rivoluzione”  perché fu il centro della rivolta anti Gheddafi, al tempo in cui il dittatore era accusato di aver depredato le risorse dell’intera zona petrolifera a danno della popolazione civile – di rimanere uniti per non permettere agli artefici del golpe d’impadronirsi della loro città. Haftar deve deporre le armi e non deve usare la violenza come pretesto per generare caos per “ottenere vantaggi personali o rivoltarsi contro la legittimità dello Stato”.

L’ex generale Haftar, da parte sua, non mostra alcuna preoccupazione di fronte all’ultimatum del governo libico. Per lui, “questo governo ad interim non ha mandato” ed è convinto di dover abbattere le milizie islamiche per riportare l’ordine in città. Secondo Haftar, si tratta “dell’inizio di una battaglia nazionale. Non è un colpo di stato, non è una lotta per il potere. Sono stati gli ex terroristi a imporre l’uso delle armi”. Haftar può contare anche sull’alleanza con uomini dell’esercito regolare ed è convinto che la lotta non si fermerà sino a quando la Libia non sarà libera dalla violenza degli estremisti. Sono state anche prese delle misure per salvaguardare l’incolumità della popolazione. Un emissario di Haftar è andato in giro per i vari quartieri di Bengasi, consigliando agli abitanti di lasciare le case per non rischiare di diventare vittime durante i combattimenti. Il medesimo suggerimento, è stato dato anche da parte delle milizie islamiche. Le forze dell’ex generale, attualmente si trovano alla periferia della città, dopo aver colpito le basi dei miliziani di February 17 e Rafallah al-Sahati.

La squilibrata situazione politica in Libia, al momento, non mostra la via per una risoluzione. Il vero potere, è attualmente nelle mani delle milizie degli ex ribelli, e tra queste si fanno notare i gruppi radicalisti islamici. Nell’est del paese, ammonta a 200 il numero delle persone che avevano ruoli nell’amministrazione, in politica, tra i magistrati e le forze di polizia. Lo scorso mese, mentre era riunito il “General National Congress”, il Parlamento di Tripoli, per votare un nuovo premier, un commando di uomini armati, ha fatto irruzione facendo fuoco sui presenti. Il gruppo era capeggiato da Mohammed al Orabi, un estremista. Il nuovo voto in Parlamento, si era reso necessario, a seguito delle dimissioni di Abdullah al Thani, l’ex premier, rimasto in carica per soli 5 giorni. Al Thani, era stato costretto a lasciare il posto, dopo che un attentato aveva messo in pericolo la sua vita, e quella dei suoi familiari.

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