Balle di scienza

Probabilmente già prima dei greci esisteva una qualche modalità di avanzamento nella conoscenza del mondo reale che potesse dirsi metodo scientifico, ma il primo che ha cominciato a strutturare l’idea di un metodo per arrivare all’ επιστήμη (episteme), cioè la conoscenza certa e condivisibile, fu Galileo Galilei, ufficialmente considerato l’inventore del cosiddetto metodo scientifico. Nel 450o anniversario della nascita del genio pisano, il notissimo Palazzo blu, centro culturale di Pisa, ha promosso una mostra accattivante che guarda i progressi della scienza da un singolare punto di vista, quello degli errori, delle cantonate e delle enormi sviste, che a volte proprio gli scienziati prendono attraverso il loro cammino di ricerca evidenziando come anche attraverso questi errori si arrivi poi a delle scoperte fondamentali. La mostra curata dall’università di Pisa, dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e dalla Scuola Normale Superiore, ha un titolo chiaro e divertente, “Balle di scienza”, ed illustra come lungo i secoli di errore in errore, tra strane supposizioni e mutamenti casuali sia progredita la scienza, che alle volte ha fatto passi straordinari proprio attraverso il caso, gli errori e il cosiddetto principio della serendipità. Che non è una brutta parola o una malattia, ma il concetto che esprime la scoperta di una cosa mentre se ne cerca un’altra. Probabilmente l’esempio più famoso di tale progresso casuale è la scoperta dei raggi X, o quella dell’America di Cristoforo Colombo che in realtà cercava le Indie. Lo stesso Galileo fondatore del metodo prese un abbaglio notevole considerando una teoria errata quella di Keplero sulle maree, ritenendo la luna non responsabile dell’innalzamento e dell’abbassamento del mare.

Una delle caratteristiche di questa mostra è una divertente interattività che contraddistingue tante postazioni che, oltre ad essere di per se affascinanti, chiamano in causa le persone, partendo da un semplice movimento su un touch screen, fino ad una partecipazione con tutto il corpo. Attraverso la sperimentazione di cose apparentemente strane si arriva alla comprensione di alcuni dei punti cardine di tutto della scienza. Il Muro tolemaico, che è una istallazione artistica che si trova nel corridoio all’entrata, è un esperimento ben riuscito di comunicazione. I ragazzi di ogni età sono attratti dal meccanismo del gioco attraverso il quale vengono veicolate certe informazioni che in altri casi possono apparire pesanti e noiose. È possibile anche assistere se ben guidati a riproduzioni di reali esperimenti scientifici, come ad esempio quello sulla caduta dei gravi nel vuoto e della resistenza che invece l’aria può opporre.

È un buon passo in avanti questa umanizzazione del metodo scientifico, che del resto è notevolmente cambiato dai tempi di Galileo. Mentre prima esisteva la certezza che attraverso di esso tutto è conoscibile, oggi con i progressi della fisica si è arrivati a concepire una conoscenza di ordine probabilistico, e il mondo intero della scienza ha imparato ad accettare il concetto di una conoscenza “incerta”, e l’idea che tutte le teorie siano suscettibili di cambiamento. Gli errori attraverso i quali si arriva alle volte a risultati straordinari umanizzano poi la figura dello scienziato, da sempre rivestito di un aura specializzata, che sarebbe invece il caso di riportare in una dimensione culturale più ampia e meno specialistica. La scienza e la cultura sono in un rapporto che va ridefinito, perché come ha sottolineato Levi Leblond, fisico e filosofo, insieme al giornalista Armando Massarenti alla IV edizione del seminario “Marcello Carapezza”, tenuto il 26 marzo al CNR di  Palermo. È avvenuto un processo di riduzione della scienza, che dalla sua autonomia è precipitata in una sorta di “tecnoscienza”, decisamente troppo legata all’ambito delle applicazioni pratiche.

Gli errori della scienza dicono anche questo che alle volte la ricerca deve essere indirizzata anche verso la pura speculazione e le cose apparentemente inutili senza pensare al ritorno immediato dei risultati. «L’intera formazione degli scienziati – aggiunge Lévy Leblond – deve essere ripensata per integrarvi quegli elementi di storia, di filosofia, di sociologia e di economia delle scienze ormai indispensabili al lavoro scientifico. Perché solo una formazione culturale dei ricercatori molto più vasta li potrà premunire da rapide crisi di incompetenza in caso di mutazioni profonde nei metodi e negli obiettivi delle loro discipline in cui sono ultraspecializzati.”

I curatori e gli ideatori di “Balle di scienza, nel rimbalzo tra i libri antichi e i vecchi strumenti della ricerca e le installazioni video, tra i teschi che narrano l’evoluzione dell’uomo e i video di ingrandimenti supertecnologici di organismi viventi, tra un telescopio dei tempi passati e la riproduzione del movimento delle orbite dei pianeti del nostro sistema solare cui si è giunti oggi, sembrano voler portare avanti il discorso di una scienza  che deve riconquistare una sua autonomia, slegata dagli stretti aspetti economici, appropriandosi di tempi che consentano un processo reale di acculturazione. Se poi è anche divertente è meglio.

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