Dl lavoro, il governo ottiene la fiducia al Senato

Fiducia anche al Senato – Dopo che il ministro Maria Elena Boschi aveva annunciato in mattinata che il governo, per accelerare i tempi, avrebbe posto la fiducia anche nell’aula di Palazzo Madama, è arrivato nel pomeriggio il voto favorevole del Senato al decreto lavoro. I voti a favore sono stati 158 e i contrari 122 (281 i presenti in aula, 280 i votanti). Dopo quella della Camera e le successive modifiche al testo in commissione, il dl presenta parecchie novità rispetto a quello approvato nell’altro ramo del Parlamento. Dall’abolizione dell’obbligo per un’azienda di assumere stabilmente i lavoratori che superino la quota consentita del 20% di contratti a termine e l’introduzione di una sanzione monetaria, passando dall’esclusione dal vincolo del 20% delle micro imprese con meno di cinque dipendenti e gli enti di ricerca, fino all’obbligo della stabilizzazione del 20% degli apprendisti, per poterne successivamente assumerne altri solo per le aziende con più di 50 dipendenti. È stato il frutto dell’accordo tra i democratici, il Nuovo centro destra e Scelta civica. Una presa di posizione che ha infastidito e non poco l’ala sinistra del Pd, che alla Camera era riuscita a far approvare un testo più consono alle proprie idee.

Il malumore di Cgil e Cisl. L’approvazione della Uil – Niente da fare, il compromesso ha avuto la meglio ed è passato il testo ri-visto al Senato. Non ci sono stati problemi per il governo, perché hanno votato a favore sia i senatori del Ncd, di Scelta civica e anche di una frangia di senatori della minoranza democratica come Cesare Damiano, il quale a differenza di Stefano Fassina, aveva lodato il testo uscito dalla commissione in Senato. Diverso il parere di Cgil e Cisl. Il segretario Raffaele Bonanni ha attaccato l’esecutivo, “il governo se ne frega dei lavoratori”, mentre Susanna Camusso è pessimista sul decreto lavoro che “peggiora un testo che era già costruito male, creerà sempre più precarizzazione”. L’unica voce fuori dal coro nel panorama sindacale, invece, è  stata quella di Luigi Angeletti, segretario della Uil, che ha approvato il testo della maggioranza: “Ok al decreto, le penali sono buoni deterrenti”. Al via libera al maxi-emendamento presentato dal governo di larghe intese, si sono levate le proteste delle opposizioni.

Le proteste dei grillini – Il Movimento cinque stelle, in particolar modo, è stato molto duro nei confronti dell’esecutivo. La dichiarazione di questa mattina del capogruppo al Senato Maurizio Buccarella, preannunciava quanto accaduto qualche ora fa a Palazzo Madama: “Il ministro Boschi arriva inaspettatamente in aula in Senato per presentare, in barba a tutto il lavoro svolto in Commissione e in Parlamento. Un maxi emendamento su cui il governo chiederà la fiducia sul job act rinominato precari act. Ancora una volta il Parlamento viene espropriato di ogni funzione, hanno abolito la democrazia e il dibattito parlamentare”. I grillini hanno messo in scena uno spettacolo con magliette con la scritta “schiavi mai” e successivamente si sono ammanettati tra di loro. Dopo l’ironia del Presidente dell’assemblea Calderoli, “Ora vado a cercare i fabbri e in un modo o nell’altro uscirete di qui” e “no a spogliarelli con quei fisici”, i pentastellati si sono calmati e hanno fatto riprendere le votazioni. Uno show etichettato da Francesco Campanella, senatore espulso dal Movimento da Beppe Grillo, come “un’ostentazione esibizionista di un’opposizione sterile”. Al di là di simili atteggiamenti la situazione nel Paese reale non è delle migliori, la disoccupazione non accenna a diminuire e i senza lavoro tra i giovani raggiungono cifre preoccupanti. È questo uno dei motivi che ha spinto l’esecutivo a stringere i tempi, oltre, ovviamente, all’obiettivo di non essere rallentanti da frange, anche interne alla maggioranza, che non vedono di buon occhio il decreto legge sul lavoro. È di quest’avviso il ministro Giuliano Poletti, che al congresso della Cgil a Rimini (accolto da fischi e applausi) ha ricordato “l’esigenza di stare dentro i tempi. Io credo – sosteneva in giornata Poletti – che se oggi il Senato chiuderà la discussione, la prossima settimana la Camera potrà calendarizzarlo e quindi siamo tranquillamente dentro i tempi di conversione”. Il decreto, infatti, dopo le modifiche approvate dall’aula del Senato torna alla Camera e concluderà l’iter parlamentare entro il 19 maggio.

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