Ragusa, in manette una famiglia di scafisti 660x330

Fino a qualche anno fa, nel Canale di Sicilia, molti pescatori tramandavano il loro mestiere, uno dei simboli di questa terra, di generazione in generazione. Giovanni Verga, in alcuni dei suoi romanzi, sottolineava il tratto distintivo dell’isola del mar Mediterraneo. Oggi, però, le cose sembrano cambiate. Complici i continui traghettamenti dall’Africa e dal Medioriente, la Sicilia deve fare i conti anche con una rivisitazione delle sue storiche tradizioni. Quello che è successo nella giornata di ieri a Ragusa, con l’arresto di una famiglia di scafisti egiziani, è un tratto inconfutabile di un mutamento antropologico sempre più marcato. Se alcuni, infatti, approfittano del mare per smerciare droga, altri con le sembianze di caronti contemporanei gestiscono il traffico dei migranti e, aspetto distintivo della loro azione, trattano i profughi di turno come dei pesci appena pescati. Senza umanità e compassione. Non importa se qualcuno cade in acqua. È “solo un pesce”, se ne possono ri-pescare altri.

Secondo una logica utilitaristica queste persone, private del loro status di esseri umani e considerate freddi numeri, sono “umani poco umani”. Quindi sorprende fino a un certo punto la dichiarazione del commissario capo Nino Ciavola, il quale al termine dell’operazione di arresto del nucleo familiare ha detto come “per loro era una tradizione di famiglia. Padri e figli gestivano il traffico di migranti da tempo, il più piccolo ha 14 anni e già comandava la barca. Un affare di famiglia che fruttava migliaia di euro”. La squadra mobile della Questura di Ragusa ha arrestato i sette egiziani, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, perché li ha identificati come gli scafisti dell’imbarcazione soccorsa nelle ultime ore da una nave militare, con 281 persone a bordo successivamente condotte nel centro di accoglienza di Pozzallo. I fermati, però, non sembrano essere preoccupati per l’arresto in terra italiana e uno di loro, mentre si rivolgeva agli altri scafisti, ha commentato: “Tranquilli qui in Italia non ci succederà nulla, qualche giorno e saremo fuori”.

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