Vannoni Metodo Stamina

La chiusura dell’inchiesta sul metodo stamina pone un punto esclamativo molto importante su tutta la vicenda e sul ruolo del guru Davide Vannoni. Il professore di psicologia laureato in scienze della comunicazione è infatti accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata nei confronti dei pazienti, del servizio sanitario nazionale, somministrazione pericolosa di farmaci, esercizio abusivo della professione medica e altri reati minori. Oltre al “padre” del metodo stamina sono 19 gli indagati. Tra loro ci sono il vice Marino Andolina, biologi, neurologi, il responsabile dell’ufficio ricerca e sperimentazione clinica dell’Aifa Carlo Tomino e otto medici degli Spedali di Brescia. Nell’avviso di chiusura indagini, firmato dal procuratore Raffaele Guariniello, c’è scritto che Vannoni ha operato su 101 pazienti “senza eseguire o far eseguire i test necessari prima dell’impiego del prodotto sull’uomo, così indebitamente trasformato in cavia e in assenza di qualsivoglia pubblicazione scientifica atta a identificare le caratteristiche del cosiddetto metodo stamina e a renderlo consolidato e riconoscibile”. La procura di Torino, inoltre, ha rilevato come non ci sono stati miglioramenti nella salute dei pazienti sottoposti al metodo stamina, anzi si sono “verificati eventi avversi in un numero significativo” dei casi.

Con queste parole, molto probabilmente, si chiude una vicenda che negli ultimi mesi è stata protagonista delle pagine d’attualità dei giornali e dei vari servizi dei telegiornali. Un macigno sulle aspirazioni di Vannoni e dei suoi, che devono fare i conti anche con l’accusa di aver minacciato la famiglia di una piccola paziente. La vicenda, con il trascorrere del tempo, sta assumendo le sembianze di una via di mezzo tra il “metodo Di Bella” e i santoni stile Vanna Marchi, soprattutto per le dichiarazioni del medico Marino Andolina, il quale i primi giorni di gennaio avrebbe telefonato alla famiglia della piccola paziente e dopo le loro dichiarazioni alla stampa aveva detto “che gliela avrebbe fatta pagare”. L’accusa principale dell’inchiesta è associazione per delinquere e, come si può leggere nel capo d’imputazione, i sostenitori del metodo stamina hanno creato un “clima di tensione sociale e di falso allarme”, con manifestazioni “pesantemente critiche nei confronti delle istituzioni” come il Presidente della Repubblica.

Al di là di tutte queste accuse, ciò che emerge come dato fondamentale è una testimonianza chiave, la quale dovrebbe giustificare le autorizzazioni degli Spedali civili di Brescia alla “cura stamina”. Un medico dell’Aifa, associazione italiana del farmaco, ha riferito ai magistrati che avrebbe dato il via libera al metodo stamina, anche se sapeva bene che non c’era alcun riscontro scientifico, perché pressato dal grande impatto mediatico che Vannoni e la sua ipotesi di cura avevano in tutto il Paese. Ma il ridimensionamento del metodo stamina lo si può leggere nelle dichiarazioni, riportate nelle carte dell’inchiesta, di molti medici pentiti per le loro azioni: “Non conosco nulla del metodo stamina”, “non ho rilevato nessun miglioramento concreto nei pazienti”, “un metodo sperimentale senza fondamento scientifico”, “mi vergogno della mia leggerezza” e “mi sono lasciato ingannare dalla parola compassionevole”. Parole che pesano come macigni e molto probabilmente sono il sigillo che chiuderà la questione, ma Davide Vannoni non sembra arrendersi e nonostante l’evidenza, dopo le dichiarazioni della procura di Torino, ha detto che dal 5 maggio riprenderanno le infusioni ai pazienti in cura agli Spedali civili di Brescia. La vicenda, dunque, non è conclusa del tutto, ma Vannoni e la sua creatura ne escono con le ossa rotte e non servirà un’altra cura a ri-metterli in piedi.

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