Afghanistan al voto per un nuovo Presidente

Ho trovato quantomai opportuno l’articolo su The Guardian (quotidiano della sinistra inglese) dove l’inviata a Kabul Emma-Graham Harrison fa il punto della situazione troppo spesso dimenticata dell’Afghanistan, con le sue ombre ma anche le sue luci. Lo squallido disfattismo di coloro che pensano, e sperano, che le cose siano ritornate ai tempi del regime talebano non deve passare. Come anche, se hanno un minimo di onestà intellettuale, sarà bene che i rappresentanti del pacifismo a senso unico ammettano che se gli attentati continuano, se in parte del paese le forze del fondamentalismo terrorista hanno ripreso campo, non dovunque è così e soprattutto parte significativa della gente comune ha stabilmente acquistato una fiducia nelle istituzioni da cui non sarà facile riportarla indietro. Fu una guerra del pessimo presidente Bush jr, ma fu una guerra votata dall’intera comunità internazionale. Non ce lo dimentichiamo. E fu una guerra che avvenne dopo uno dei più schifosi eventi della storia mondiale. Quell’11 settembre 2001 dopo il quale molti piansero lacrime di coccodrillo, salvo poi tornare a posizioni di antiamericanismo feroce, molto prima della guerra in Irak, sbagliata, indegna e foriera di infiniti lutti, tra i quali quelli indirettamente provocati proprio in un Afghanistan peggio controllato a causa delle risorse da esso stornate.

Come ricorda la Harrison, le elezioni che porteranno alla sostituzione di Karzai, che non può ripresentarsi per un terzo mandato, conosceranno di nuovo episodi di frode (ma anche nei nostri paesi dell’Occidente avanzato la democraticità dei processi elettorali è tutt’altro che garantita), ci saranno spargimenti di sangue e intimidazioni. Ma si prevede una buona se non alta affluenza alle urne in tutte quelle aree, e non sono così poche, laddove i cittadini potranno recarsi ai seggi in condizioni di relativa sicurezza. La campagna elettorale si è svolta con tranquillità, con condizioni organizzative migliorate, e nell’interesse della gente attenta ai dibattiti televisivi e partecipe ai comizi, come ha osservato il rappresentante della Nazioni Unite in Afghanistan Nicholas Haysom. I diritti delle donne sono stati al centro del dibattito.

La Harrison ricorda alcune dichiarazioni, come quella dell’ottantenne Shah Sayeed: “Siamo gente povera, io voglio la mia tessera elettorale per fare la mia parte nella ricostruzione del paese”. In attesa di ottenere la sua tessera, il quarantottenne Shah Gul a dire: “I nostri figli stanno morendo, gli uccidono i talebani. Vogliamo votare per la nostra sicurezza”. Questa è gente qualunque, non sono servi della CIA.

Poco importa, ai fini di quanto voglio dire in questo momento seguendo lo spirito della giornalista britannica, chi sarà il vincitore, tra gli eredi di Karzai, competitori che rappresentano l’islamismo radicale (più forte nelle aree rurali), che comunque hanno scelto di correre, e altre personalità ancora. Piuttosto interessa quanto l’evento politico stia stimolando le giovani generazioni, come mostra tra gli altri un giovane studente di medicina, dicianovenne, intervistato dal Guardian, Zuber Ahmad: “Noi giovani che abbiamo studiato e abbiamo una formazione vogliamo dare una chance a chi aiuterà l’Afghanistan, e sappiamo chi è”. Forse la brutalità e la violenza che ancora infestano l’Afghanistan saranno incanalate lungo terreni istituzionali e democratici, si tradurranno in scontri duri ma civili in Parlamento. Imperfetto quanto si voglia, ma tendenzialmente democratico. Questo va sperato anche contro gli analisti che di fatto danno un puntello (con i loro richiami alla Realpolitik e ai rapporti di forza, che ci ricordano con una punta di godimento quanto stiano riguadagnando terreno i talebani, con i quali ora si scende persino a patti…) alla legge della prepotenza, al successo delle provocazioni di Trasimaco.

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