Afghanistan. Uccisa Anja Niedringhaus

Afghanistan, 4 Aprile. Anja Niedringhaus, fotografa tedesca di 48 anni, che lavorava come corrispondente dell’Associated Press, è stata uccisa mentre si stava recando a Khost, una città nell’area tribale, al confine con il Pakistan. La fotografa, si trovava insieme alla collega Kathy Gannon, canadese, su un’auto che all’improvviso è stata fermata da un uomo, vestito da poliziotto. L’attentatore armato, ha aperto il fuoco contro le due giornaliste, urlando: “Allah u Akbar”. Anja, secondo quanto emerso dai referti medici, sarebbe morta sul colpo, mentre Kathy risulta gravemente ferita. A nulla, è servito che il loro convoglio fosse protetto dall’esercito afghano e dalla polizia. Si tratta del terzo omicidio in meno di un mese, la cui vittima è un giornalista. Il mese scorso, infatti, l’11 marzo, era stato colpito lo svedese Nils Horner, e nello steso periodo, un giornalista afghano che lavorava per la France-Press è stato ucciso con altre otto persone.

Anja Niedringhaus, aveva iniziato la sua attività di fotoreporter durante la caduta del Muro di Berlino; era stata sul campo durante il conflitto nella Ex Jugoslavia ed in Iraq. I suoi scatti hanno fatto il giro del mondo; come quelli delle macerie del World Trade Center all’indomani dell’11 settembre, o il reportage della strage di Nassirya con l’attentato alla caserma dei carabinieri italiani. Anja è stata l’unica donna dell’Associated Press tra i fotografi dell’agenzia ad aver vinto il Pulitzer nel 2005 per aver documentato la guerra irachena. Di lei i colleghi hanno detto, che era appassionata del suo lavoro e piena di vitalità, pronta ad andare ovunque servisse documentare i fatti.

L’attentato che ha visto l’uccisione della giornalista ed il ferimento della sua collega, entrambe donne ed emancipate, è stato interpretato come un segnale d’intimidazione in concomitanza con le imminenti elezioni in Afghanistan. Un messaggio rivolto all’elettorato femminile afghano per tener sotto controllo l’affluenza alle urne, che avrebbe come risposta una reazione armata della resistenza taliban. Ma la morte della giornalista tedesca, fa tornare alla mente anche un altro omicidio, di cui il 20 marzo di quest’anno si è celebrato il ventesimo anniversario. L’uccisione della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Per il caso Alpi, il Governo italiano, ha disposto l’avvio delle procedure di desecretazione dei documenti relativi all’inchiesta. Documenti, i quali erano stati tenuti riservati, sino ad ora. Attorno alla morte di Ilaria Alpi, con il trascorrere del tempo, si è creato un vero giallo, e questo per via dell’indagine che la giornalista stava conducendo, ovvero i rapporti che legavano Italia e Somalia; il possibile traffico di armi e rifiuti tossici e la sparizione di 1.400 miliardi di lire, fondi della cooperazione italiana. Questi elementi,  hanno fatto pensare agli inquirenti che la giornalista e l’operatore siano stati considerati pericolosi e dunque destinati all’eliminazione come testimoni scomodi.

La riflessione, che ne consegue, è che ad oggi, purtroppo i giornalisti che lavorano su campo, ed in zone di guerra, sono altamente esposti ad azioni ritorsive di vario genere, dal sequestro a scopo di estorsione, alla tortura, sino alla morte. E tali azioni, contro chi ha la responsabilità di trasmettere informazioni, documentare la realtà negli aspetti più brutali, sono considerate dannose per tutti quei regimi che al contrario, utilizzano la censura o l’informazione preconfezionata per nascondere l’assenza di libertà ed interessi economici poco limpidi.

A tutti loro, che mettono in gioco le loro vite per la libertà d’espressione e di pensiero; che conducono la loro lotta in difesa della dignità e dei diritti fondamentali dell’Uomo, va la nostra ammirazione ed il nostro “Grazie!”

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