Politica e Cultura 660x330

Politica e cultura evocano il titolo di un saggio di Norberto Bobbio del 1955. Saggio che riflette sulla distinzione tra “politica della cultura” e “politica culturale”, diatriba nata durante la guerra fredda, prevalentemente sul fronte ideologico e, con il senno del poi possiamo dire fortunatamente, una delle ragioni che hanno impedito la trasformazione dell’ostilità tra Stati Uniti e Unione Sovietica in guerra mondiale “calda”.

In polemica con i comunisti che proponevano una “politica culturale”, Bobbio, uomo profondamente di sinistra, ha difeso una “politica della cultura” che fosse non solo baluardo della libertà ma anche rifugio della verità. Politica della cultura significa “politica compiuta dall’uomo di cultura in quanto tale, non coincidente necessariamente con la politica che egli svolge come uomo sociale”, e quindi si contrappone alla politica culturale “che vede la pianificazione della cultura da parte dei politici”. «Deve essere chiaro che contro la politica culturale, che è la politica fatta da-gli uomini politici, la politica della cultura promuove l’esigenza antitetica di una politica fatta dagli uomini di cultura per i fini stessi della cultura».

Insomma, l’intellettuale organico al partito con il ruolo e la funzione di cambiare la realtà circostante o l’intellettuale disorganico sempre in prima fila nelle battaglie del nostro tempo. «Il compito degli uomini di cultura – Bobbio scrive – è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze». E ancora: «Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva».

La scelta del filosofo, storico, politologo torinese è chiara. L’intellettuale è uomo di cultura non uomo politico. Il suo pensiero deve essere libero e vero senza uniformi e maschere. La concezione dell’intellettuale come “grillo parlante” delle forme dell’esercizio del potere, è stata ripresa negli anni seguenti da scrittori come Vittorini, Pasolini e Sciascia. Sono trascorsi oltre cinquant’anni dalla pubblicazione del saggio: l’onda rivoluzionaria degli anni sessanta e settanta (lotte operaie, contestazioni studentesche e femminismo) è stata spazzata via dall’egemonia comunicativa degli anni ottanta e novanta; i politici hanno perso la capacità di ascolto e di lotta; e gli intellettuali hanno smarrito la via dell’impegno sociale e personale; eppure il pensiero che lo pervade è più attuale che mai: non c’è politica senza cultura.

L’atteggiamento dell’intellettuale deve essere quello di difesa della cultura nei confronti della politica di cui si fa portatore delle esigenze autonome nell’ambito della vita sociale. “Se oggi la propaganda politica troppo spesso proclama l’impossibilità di intendersi, si alzi l’uomo di cultura a proclamare il dovere d’intendere gli altri”. Non vedo purtroppo uomini di cultura in piedi.

© Riproduzione Riservata

Commenti