Zygmunt Bauman -Divide et impera 660x330

La politica è una dimensione dell’agire umano, generatrice di spirito vitale e libertà; il potere invece nasce sempre da un rapporto di forza a danno o vantaggio di qualcuno, esercizio quindi di violenze e soprusi. La politica è locale, delimitata dai confini degli Stati nazionali, mentre il potere è ormai diventato globale; inoltre, mentre il potere si è liberato dal controllo politico, la politica ha un deficit di potere. Questo chiaramente non è un pensiero mio, anche se lo condivido in pieno, ma prima di Antonio Gramsci, che in tal senso ha predetto il nostro tempo e dopo di Zygmunt Bauman, che il nostro tempo lo sta analizzando.

La politica e il potere che prima coincidevano nel territorio dello stato-nazione, pace di Westfalia 1648 che stabiliva appunto la sovranità degli Stati, adesso, anzi ormai da alcuni decenni, hanno intrapreso due strade sempre più distanti tra di loro. La sovranità non è più associata alla triade territorio/Stato/nazione ma tutt’al più è legata, in modo fluido, ad alcune loro componenti. E se gli stati-nazione di una volta avevano il potere decisionale e una sovranità territoriale; i governi attuali non hanno né potere né controllo dei loro paesi.

Il “divario” che si è creato tra politica e potere, ha alimentato l’impotenza dei governi e sostenuto atteggiamenti nocivamente nazionalistici. Viviamo in un interregno, come lo chiama appunto Gramsci nei suoi “Quaderni del carcere”, un lungo periodo di transizione in cui “il vecchio muore e il nuovo non può nascere e per questo si verificano fenomeni morbosi più svariati”. In un mondo, come lo definisce Bauman, “liquido” perché in continua trasformazione ma anche resistente ai cambiamenti e altamente discriminante il divorzio tra politica e potere deve essere risolto al più presto.

Zygmunt Bauman ritiene “bussola e strumento quanto mai attuale: il socialismo”. Indispensabile non perché unico modello alternativo di società ma perché “ un coltello affilato premuto contro le eclatanti ingiustizie della società, una voce della coscienza finalizzata a indebolire la presunzione e l’auto-adorazione dei dominanti”. Sono proprio le diseguaglianze sociali che hanno minato la democrazia e l’ingiustizia di un sistema economico liberista giunto a livelli sproporzionati rischia di far saltare il sistema stesso, perché non più in grado di offrire a tutti le medesime opportunità.

L’ottantanovenne sociologo e filosofo polacco fa il ritratto di una società, dove le disparità crescono, la ricchezza e il potere sono in mani di pochi e l’abisso che si è creato tra i poveri, privi di prospettiva e abbandonati a se stessi, e i ricchi benestanti, sicuri e arroccati, è sempre più profondo. Per la prima volta nella storia “l’imperativo morale e l’istinto di sopravvivenza vanno nella stessa direzione” e l’ obiettivo ultimo è comune è la “responsabilità planetaria” e cioè “o ci prendiamo cura della dignità di ognuno, nel pianeta, o moriremo insieme”.

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