Tertium non datur - Anthony Giddens 660X330

La “terza via”, quella disegnata dal sociologo inglese Anthony Giddens e accolta da Tony Blair (New Labour), Bill Clinton (New Democrats), Gerhard Schröder e Matteo Renzi, è una possibilità sia alle diseguaglianze del neoliberalismo sia alla rigidità della socialdemocrazia. Una via dunque di “mezzo”, un punto d’incrocio tra le due ideologie politiche d’ispirazione economica, ma anche culturale e che inevitabilmente coinvolgono la visione dell’individuo e del mondo.

In pratica, la realizzazione dell’idealismo socialista e del pragmatismo liberista è in atto solo in Svezia, dove a un’economia del tutto liberista, funzionante e solida, che permette addirittura di tagliare le imposte alle aziende e destinare più fondi a infrastrutture, giovani, giustizia e ricerca, si affianca, allo stesso tempo, un welfare generoso, asili, scuole, università forniti gratuitamente.

Il dibattito, vecchio di circa trent’anni, nasce dal fatto che non è più pensabile parlare in termini di due blocchi contrapposti: comunismo (est) e capitalismo (ovest). Come dice Renzi, nella prefazione della ristampa di un capolavoro (a mio giudizio) “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio, “questi blocchi non esistono più” e lo spartiacque tra “eguaglianza e diseguaglianza”, su cui si fonda appunto tutto il saggio del filosofo, giurista, storico, politologo torinese, deve essere superato dalla dicotomia “innovazione/conservazione” o “movimento/stagnazione”, dove i primi due termini dinamici sono fondamentali per la realizzazione della “terza via”.

Ci sono, comunque, altri due concetti chiave che riguardano strettamente la “terza via” e sono: flessibilità e rischio. Termini che parlano di quanto sia cambiato il mercato del lavoro negli ultimi decenni e che condizioni di precarietà abbiano imposto alla nostra vita quotidiana. Con la terza via giddensiana non avviene la dissoluzione delle due ideologie ma una trasformazione, in tal senso la sinistra si riforma e la destra si rinnova, almeno rispetto i vecchi e consolidati schemi. I teorici della terza via insistono che lo stato assistenziale richiedi una riforma radicale, che la globalizzazione possa essere una grande opportunità, che lo stato debba adeguarsi alle leggi del mercato senza però soccombere a esso e che sia necessario riaffermare l’identità nazionale.

Non mancano schieramenti contrari alla “terza via” in entrambe le parti: molti socialdemocratici europei la guardano con sospetto, come un tradimento dell’ideale socialdemocratico del provvedere collettivo alle necessità dei poveri e dei bisognosi; gli autori di destra, da parte loro, considerano la terza via un concetto vacuo, che propone agli elettori, un guazzabuglio d’idee e politiche fatto di tanto fumo e niente arrosto. Diamo atto che la “terza via” è un serio tentativo di confrontarsi con i dilemmi chiave della politica contemporanea ma i troppi “né … né” e “sia … sia” che la caratterizzano ci rendono molto perplessi. L’idea personale di “terza via” non è un compromesso tra due ideologie storicamente distinte, ma una via del tutto nuova, alternativa, sostenibile, solidale, che il suo centro gravitazionale non sia il profitto, il mercato, la concorrenza ma l’individuo e la sua qualità di vita.

© Riproduzione Riservata

Commenti