Omnes homines natura scire desiderant

I dati diffusi in questi giorni a mezzo stampa dal Cineca, il consorzio interuniversitario che gestisce l’anagrafe degli studenti italiani, confermano la drammaticità della situazione, già annunciata, qualche settimana fa, dal Consiglio universitario nazionale (Cun): settantamila immatricolazioni in meno negli ultimi dieci anni, di cui trentamila dal 2012.
Le cause per questo collasso di iscrizioni nelle Università italiane sono molteplici: diminuzione del numero dei giovani, in Italia è in corso da anni un progressivo invecchiamento della popolazione; povertà delle famiglie; aumento delle tasse universitarie, attualmente il nostro Paese è terzo in Europa per tasse universitarie; sbarramento all’accesso universitario tramite i tanto discussi test d’ingresso; formula del 3+2, la riforma che ha introdotto corsi triennali al termine dei quali è possibile iscriversi al biennio di specializzazione; opinione ormai diffusa che “il pezzo di carta” non serve più per trovare un lavoro; molti giovani per ovvi motivi preferiscono iscriversi nelle università straniere.

Alla diminuzione delle matricole si aggiunge quella dell’abbandono del corso di laurea, generalmente al secondo anno e del numero dei laureati, l’Italia è largamente sotto la media Ocse (34mo posto su 36 Paesi). Per il rettore dell’Università di Bologna, l’Alma Mater Studiorum, che non ha ancora risentito del calo complessivo degli studenti, la causa principale dell’emorragia universitaria in atto è “la mancata politica del diritto allo studio”, mentre l’effetto è “il progressivo deperimento culturale e civile del Paese”.

Già durante l’inaugurazione dell’anno accademico il rettore, Ivano Dionigi, aveva puntato il dito contro la classe politica che “disattende uno dei suoi due doveri costituzionali fondamentali: l’istruzione e la ricerca”. Di fatto, l’Università italiana deve affrontare una serie di problematiche, che la stanno sempre più depauperando: il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato ridotto del 50%; sono stati eliminati oltre 1.195 corsi di laurea e non esistendo più il turnover, il calo dei docenti è del 22% dal 2006; per la continua decurtazione dei fondi sono a forte rischio le attrezzature dei laboratori, ormai, obsoleti e la ricerca applicata e di base percorre da qualche tempo la china. A detta di molti la crisi universitaria è legata alla crisi economica e secondo i rettori che hanno scritto al nuovo Governo solo attuando immediatamente “quattro azioni” si può sperare di uscire da questa emergenza:

  1. Ripristinare il diritto allo studio.
  2. Attuare un piano straordinario per i giovani migliori.
  3. Avviare un’alleanza tra il mondo del lavoro e il mondo della formazione.
  4. Semplificare e dare più libertà alle Università di competere tra di loro, nel rispetto della sostenibilità finanziaria e della ricca e differenziata identità e pluralità scientifica e culturale.

Anche gli studenti universitari stanno stipulando una lista di richieste da presentare al più presto al Governo Renzi dove i primi punti da affrontare sono soprattutto il sistema del numero chiuso e la forte tassazione. Opinione comune tra rettori, professori e studenti universitari è che investire in conoscenza, cultura, ricerca, capitale umano è l’unica ricetta per uscire da una precarietà economica ancora più difficile da sostenere senza una laurea.

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