Premio Oscar, il film danese

A contendere il prossimo 2 marzo l’Oscar a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino  sono il palestinese “Omar”, il cambogiano “The missing picture”, il belga “”The broken circle breakdown” ed il danese The hunt (“Il sospetto” nella versione italiana). Questo è l’avversario più temibile.

Film delicato e forte nello stesso tempo, capace di creare in te una forte pressione emotiva che ti trasporti dentro, anche quando esci dalla sala cinematografica in compagnia di amici, che nel viso tradiscono le tue stesse sensazioni.

L’angoscia ti prende già dai primi momenti della visione, diventa sempre più penetrante fino agli attimi conclusivi, senza darti tregua, senza alcun intervallo in un tempo unico di poco più di cento minuti.

Film che ti lascia senza fiato ed alla fine fa che si insinui in te l’ombra del sospetto…!

E’ fuori di dubbio che il film eserciti una attrazione immediata, che colpisce l’immaginazione e coinvolge direttamente lo spettatore.

Film drammatico, presentato con successo al festival di Cannes, ha consentito al protagonista Mads Mikkelsen di essere premiato con la palma d’oro per la migliore interpretazione maschile.

Racconta la storia di un uomo accusato ingiustamente di pedofilia. In realtà il titolo originale è “La caccia” (“The hunt”, in danese “Jagten”) e il film si apre e si chiude con una battuta di caccia tra amici, all’interno della quale i più giovani affrontano rituali d’ingresso nell’età adulta (un bagno nelle acque gelate di un lago nella battuta di caccia iniziale, uno sparo – improvviso – che sfiora il protagonista Lucas nella battuta di caccia alla fine). E’ una caccia terribile alla belva braccata che alla fine riuscirà – forse – a divincolarsi: ma sarà proprio così…? Il sospetto, invece, – subdolo – ti vincola al dubbio asfissiante.

Lucas, ex maestro elementare con alle spalle un matrimonio fallito, mentre cerca con fatica di trovare il lavoro in un asilo ed una nuova dimensione grazie ad un nuovo amore, vede sconvolta la sua vita da una terribile calunnia: la piccola Klara, figlia del suo migliore amico, per vendicarsi di un suo rimprovero, lo accusa di molestie sessuali. E siccome i bambini “dicono sempre la verità”, eccoti creato il mostro! E’ a questo punto che la comunità tira fuori il peggio di sé, mettendo all’indice il povero Lucas. Isolato, ingiuriato, malmenato, privato del lavoro; troverà sostegno solo nel figlio Marcus ed in un amico che crede in lui.

Assolto dalla giustizia, tuttavia è la società a condannarlo come colpevole, fino alla scena finale in cui la belva-Lucas riesce a sfuggire.

Il percorso narrativo del regista danese Thomas Vinterberg è congruente e stimolante nella misura in cui punta tutto sul coinvolgimento emotivo dello spettatore, che fin dalle scene iniziali è portato con mano a capire l’innocenza del protagonista. Ma lo spettatore non potrà distrarsi un solo istante, deve essere attento quanto un cinefilo, trascinato da un “autore forte” che provoca sapientemente in ogni inquadratura emozioni forti nel lucido rigore di immagini e dialoghi, che offrono il piacere della narrazione, dove ad ogni mossa corrisponde una nuova tensione, dove è sempre presente il marchio dell’autore.

Il film, seguendo l’andamento di quelle “serie educative”, centrate su dinamiche sociali perverse, fa riferimento a tematiche ricorrenti (l’accusa infamante di pedofilia, basata su gracili indizi, ha trovato innocente chi è stato bollato come “mostro”, anche in recenti fatti di cronaca!).

Sono tematiche a sfondo sociale che certo incidono sul giudizio del fruitore del film.

Nel microcosmo di una piccola comunità di campagna, dove tutti conoscono tutti, l’ombra del sospetto ottenebra la mente, perché “la gente parte dal presupposto – come afferma un personaggio del film – che i bambini abbiano sempre ragione… cosa che d’altronde molto spesso è vera…”.

Un microcosmo chiuso e impenetrabile , barricato intorno a rituali collettivi, che il regista individua con mirabile sottigliezza, come la messa di Natale con le drammatiche esternazioni del protagonista, la spesa contrastata al supermercato, la riunione del consiglio di classe per informare tutti i genitori, l’iniziazione accurata  all’uso del fucile.

Una crudele isteria pervade tutta la comunità e deflagra come un potente esplosivo  che travolge tutto il contesto, che fa da sfondo alla vicenda, cioè una natura dolcissima e bellissima, che viene esaltata sapientemente dal regista. La limpidezza narrativa fa sì che la drammaticità della storia si esprima in immagini reali, talvolta strazianti, valorizzate da una efficace fotografia, che privilegia talora l’illuminazione naturale talora inquadrature strette ed ambrate che trasmettono l’angoscia della vicenda ancor meglio dei dialoghi.

Si esprime la contrapposizione tra una natura incontaminata fino a quel momento e la contaminazione provocata dai perversi meccanismi sociali: lo spettatore avverte una vicinanza sensibile – agli oggetti, ai luoghi, alla tematica – una vicinanza che lo schermo grande della multisala indubbiamente valorizza.

Film di grande spessore – umano, sociale, culturale – “Il sospetto” appartiene al quel genere di opere cinematografiche capaci di riaprire il dibattito consueto su quelle grandi tematiche, che destano sempre attenzione e bisogno di approfondimento.

E’ un film pedagogico, un film da dibattito, un film da cineforum: è un’opera impegnata, dai nobili contenuti; una disamina attenta dei rapporti sociali all’interno della famiglia e della comunità, capace di denudare l’interiorità più profonda dell’uomo; una penetrante osservazione dei meccanismi di condanna ed espulsione da un corpo sociale “normale”; una storia di triste verosimiglianza, che prevede il coinvolgimento dello spettatore con meccanismi raffinati.

E’ un film che riapre il dibattito sul dramma di chi è accusato – ingiustamente – del più odioso dei crimini, l’abuso sessuale su bimbi di asilo.

Il messaggio è dai forti contenuti: la presunzione di innocenza è principio cardine delle moderne democrazie.

Nessun uomo può essere considerato colpevole fino a quando sussiste solo l’ipotesi di reato; ai tribunali del popolo, invece, piace processare, porre sulla gogna mediatica, sbattere il mostro in prima pagina!

Succede, infatti, che un “avviso di garanzia” si trasformi in un veicolo per trovare un capro espiatorio e immetta irreversibilmente in un vicolo cieco a dispetto di quei principi che sono alla base della civile convivenza.

© Riproduzione Riservata

Commenti