Le dieci regole del controllo sociale

Ciò che sorprende di Noam Chomsky non è tanto quel che dice, quanto il fatto che lo facciano ancora parlare. Noam Chomsky è una massimi linguisti del XX secolo, teorico della comunicazione, professore emerito al MIT (Massachusetts Institue of Technology), considerato politicamente anarchico.

In fondo, però, non è così strano. Oggi non è necessario tacitare esplicitamente un commentatore politico scomodo, anche se illustre. Basta che il cartello dell’informazione monopolizzata lo ignori e le sue considerazioni non arriveranno mai al grande pubblico.

Invitato alla fine di Gennaio 2014 al Festival delle Scienze di Roma, davanti la platea dell’Auditorium Parco della Musica, Noam Chomsky non ha lesinato le sue critiche per ciò che è accaduto politicamente non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale. Quanti nelle ultime due settimane ne hanno sentito parlare? Eppure le sue parole fanno venire i brividi ed è il caso di riportarle almeno qui:

“Si credono i padroni dell’umanità, e purtroppo lo stanno diventando: la politica democratica ha cessato di resistere loro, spianando la strada alla dittatura incondizionata dei poteri forti, economici e finanziari, che ormai dettano le condizioni della nostra vita pubblica… Le nostre società stanno andando verso la plutocrazia. Questo è il neoliberismo”.

Riferendosi all’Italia Chomsky afferma che qui “la democrazia è scomparsa (definitivamente – n.d.a.) quando è andato al governo Mario Monti, designato dai burocrati seduti a Bruxelles, non dagli elettori”. In effetti già altrove aveva precisato che le democrazie europee sono al collasso totale, indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere.

Le democrazie del vecchio continente – Italia, Francia, Germania, Spagna – sono finite perché le loro sorti “sono decise da burocrati e dirigenti non eletti, che stanno seduti a Bruxelles”. Decide tutto la Commissione Europea, che non è tenuta a rispondere al Parlamento Europeo regolarmente eletto. Puro autoritarismo neo-feudale. ” Le conseguenze sono dittature”.

Per Chomsky, il neoliberismo che domina la dottrina tecnocratica di Bruxelles rappresenta un pericolo planetario. Il fanatismo del “libero mercato” come via naturale per un’economia sana poggia su un dogma bugiardo e clamorosamente smentito: senza il supporto pubblico (in termini di welfare e di emissione monetaria) nessuna economia privata può davvero svilupparsi.

Desolante il silenzio dell’informazione, che coinvolge gli stessi “new media”: la loro tendenza infatti è quella di “sospingere gli utenti verso una visione del mondo sempre più ristretta”.

Queste posizioni di Chomsky, dicevamo, non sorprendono più di tanto, ma solo perché rappresentano la logica conseguenza di ciò che sostiene da quarant’anni. Dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso egli aveva già ben chiarito qual’era il cammino intrapreso della politica, cioè da quando aveva codificato dieci semplici regole delle dinamiche sociali connesse alla manipolazione mediatica delle masse. Se applicate, sosteneva allora, queste regole avrebbero influenzato pesantemente il nostro modo di comportarci e di reagire. Oggi puntualmente ne riconosciamo tutta la validità.

Quali sono queste regole? Per chi ancora non lo conoscesse le riporto pari pari dal sito “Informare per resistere”. Alla fine c’è anche un video che le sintetizza.

  1. La strategia della distrazione. L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
    La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).
  2. Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
  3. La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.
  4. La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.
  5. Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).
  6. Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti…
  7. Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).
  8. Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…
  9. Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!
  10. Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

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