Bill Callahan, debutto unico sulla scena italiana

All’Antoniano di Bologna, il 18 febbraio, abbiamo assistito all’unico show italiano di Bill Callahan (in precedenza pare abbia suonato in modo straordinario a Londra, alla Royal Festival Hall), song-writer americano, nato nel New Hampshire nel 1966, prolificissimo, già a lungo attivo come Smog.
Gli oltre 100 minuti di concerto sono di quelli che non si dimenticano. Con immagini non particolarmente significative scorrenti su uno schermo di cinema a far da fondo scenico, accompagnato da una chitarra, un basso e percussioni (merita una segnalazione: Adam Jones), vestito con una camicia a maniche arrotolate, con pantaloni semplicissimi di velluto marrone, scarpe qualunque, Callahan è apparso sul palco trafficando con le apparecchiature insieme ai suoi musicisti, nessuna entrata in scena spettacolare, non ha detto una parola di italiano, non ha cercato di captare la benevolenza del pubblico con un “ciao Bologna” o simili. Ha parlato qualche volta in inglese, intercalando poche battute di servizio o di dialogo con gli spettatori. Tendenzialmente ieratico (o, se si vuole, statico), i suoi unici movimenti sono le smorfie facciali mentre raggiunge con la voce bassa, che fatica a salire, le intonazioni desiderate, il battere il tempo lentamente piegando in alternanza le ginocchia, l’arretrare di qualche metro per far posto ad eventuali assoli dei collaboratori, l’avvicinarsi al bassista reclinandosi al momento della fine di un brano.

In scaletta ha iniziato con i primi due pezzi di Dream River il suo ultimo album (2013, successivamente riarrangiato in nuove registrazioni), e poi ha alternato pezzi da questo (indimenticabile Small Plane) con alcuni suoi brani ben conosciuti, per esempio: Dress sexy at my funeral, Drover, One fine morning, la più politica e critica America. Ha chiuso con la splendida Winter Road (dove un Callahan meno ‘dark’ che in passato ci e si ripete: “I-have-learnt-, when things are beautiful, -to-just-keep-on, just-keep-on) e ha regalato momenti da pelle d’oca, nell’unico bis concesso, con una Rock Bottom Riser fedelissima alla versione in studio, dedicata da Callahan-Smog alla famiglia amata ma anche, a quanto pare di carpire da un testo molto allusivo, alla scelta esistenziale di andarsene da casa e dalla sua terra.

Callahan è artista complesso, non collocabile in nessun genere musicale. Certo, country, blues, rock se qualcosa significa anche “indie” non mancano fra le tendenze che lo hanno influenzato. Avvicinarlo a Nick Drake ha poco senso, mentre Lou Reed si percepisce talora, così come talvolta si colgono echi di Tim Buckley o Johnny Cash. I suoi arrangiamenti rifuggono da ogni catalogazione, giacché si alternano l’acustica pura, alle sonorità ritmate e alle strutture ripetitive, all’intersezione concertistica tra strumenti, alle espressioni dissonanti e quasi cacofoniche soprattutto in fasi di improvvisazione, tra distorsioni vocali e vibrati di chitarra.
Il pubblico gli ha riservato un’accoglienza calorosa ma non straordinariamente avvolgente o entusiasta. La sensazione è che molti spettatori non lo conoscessero, o poco. E un artista del genere non si può capire né apprezzare fino in fondo se ad esempio non si coglie l’integrazione assoluta tra musica e testi, difficili, sofferti, lirici, ironici, aggressivi a tratti, che parlano di vita, di viaggi, di natura (il fiume, come elemento prediletto), di amore, di guerra, di politica ma con tagli mai scontati e con una vena intimista mai melassosa. Se cominci a ascoltarlo con pazienza ti ipnotizza e ti trascina con sé, e dopo, come qualcuno ha detto, non ce n’è per nessuno.

(Photo: Flickr)

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