Mario Bolognari sull'identità taorminese

Il 18 gennaio, nella biblioteca Francescane Missionarie di Maria, a Taormina continua il progetto “Incontro Cultura”, promosso da Suor Tarcisia Carnieletto e dal Dott. Franco Spadaro. Nel primo incontro che aveva per tema “Taormina tra due secoli: 1800-1900”, è stato proiettato – per la seconda volta in esclusiva — il documentario del regista Leopoldo Antinozzi: “Taormina: la diva mediterranea”, prodotto dalla Contanima.
Protagonista di questo secondo appuntamento invece è l’antropologo Mario Bolognari, professore della facoltà di lettere e filosofia dell’ateneo di Messina. Il titolo della serata, affascinante come mai, è stato “Nuove prospettive internazionali e identità taorminese”.

Il tentativo di svelare l’identità di Taormina è intrigante ma allo stesso tempo è ambiguo e periglioso, esattamente come i viaggi che un antropologo fa alla scoperta di popoli e di culture vicine o lontane. La pericolosità e l’ambiguità si nascondono proprio in una delle caratteristiche dell’antropologia, cioè la singolarità del punto di vista dell’osservatore. Ma Bolognari si mette stavolta con piglio abbastanza risoluto al timone di una delle navi più difficili da governare, perché usa le vele e i venti della metafisica: La nave di Teseo. Il paradosso della nave di Teseo parte proprio dal cuore del problema, affrontando l’idea della reale persistenza della identità di una cosa, visto che ogni cosa cambia con il tempo. Nel viaggio del mitico eroe greco, la nave veniva conservata integra con delle continue riparazioni e sostituzioni dei vari pezzi che la componevano. Arrivò in maniera naturale quindi il momento in cui tutti i pezzi della nave erano stati sostituiti, e pur conservando il principio olistico della forma originaria, in realtà nessuno dei pezzi costituenti era più un pezzo originale, dando luogo alla domanda: quanto è rimasto della nave originaria? Più precisamente, quanto della sua entità , dato il cambiamento sostanziale dei pezzi, anche se non nella forma, conserva la stessa entità? Finisce solo per essergli simile, o arriva ad essere l’ idem? Ci si tuffa così già in quella che Bolognari definisce l’ambivalenza del termine identità, che per un verso assume il significato di ciò che rende una cosa definibile e riconoscibile, per via di una serie di caratteristiche e di qualità che la distinguono da altre, e per un altro verso corrisponde a ciò che descrive la somiglianza tra due cose. In poche parole, per niente filosofiche, è come dire che l’identità è ciò che rende due cose differenti o ciò che le rende la stessa cosa.

Il mare dunque è abbastanza mosso in questo viaggio alla ricerca dell’identità perduta. Tutto scorre, ed è in divenire sia l’identità dei luoghi, che mutano di continuo, sia l’identità degli individui. Su quale lido si potrà trovare la meta?

Non c’è molta differenza tra l’identità di un luogo e quella degli individui che lo compongono, anche se certe caratteristiche delle conformazioni orografiche non possono mutare in maniera così rapida da essere percepita come cambiamento dagli umani. Motivo per cui il teatro greco di Taormina fa di sicuro parte della sua identità e il Vesuvio è motivo identitario di Napoli , ma la vera identità può essere solo questo? O solo il tessuto di relazioni che lega la pizza e il mandolino?

Lo scorrere fluido dell’identità ci regala secondo Bolognari una stretta affinità con lo scorrere del tempo e con le dimensioni narrative che ne costituiscono la base della costruzione. Non esiste quindi un uomo immutabile, ed esattamente allo stesso modo non esiste un luogo se non in continuo mutamento e in perpetua costruzione. Perciò l’identità sembra sfuggente e inafferrabile, perché è sempre in movimento e viva nel cambiamento.
Il racconto e la narrazione, con i flussi di scambio che ne derivano, ne sono la base costitutiva, ma ne costituiscono solo accidentalmente una base conoscitiva. La narrazione diventa con le parole di Bolognari la rappresentazione dell’identità.

Il cinema vista la potenza delle immagini, forma la quintessenza della costruzione dell’identità. Essa, attraverso questo meccanismo, non e mai una cosa fissa e assoluta, ma piuttosto una definizione che noi ne diamo consapevolmente. Ed è in continua costruzione. È una scelta quotidiana dell’individuo, delle comunità e del luogo stesso, poiché esiste uno scambio relazionale tra le varie identità.

La ricerca dell‘identità spinge, specialmente nel caso di Taormina, alle analisi di tutte le prospettive che essa potrà sviluppare nel futuro prossimo, con tutto il carico della sua storia plurimillenaria, ma è comunque, fatta di memorie e di smemorizzazioni. E questa angolatura fa evaporare la forza delle tradizioni e fa trionfare invece la continua scelta dei singoli punti di vista.

L’identità è quindi un territorio mobile, l’archetipo degli ossimori, mentre l’identificazione, aggiungo, ne rappresenta la cristallizzazione. Anche questo è un termine ambivalente, perché può indicare il processo con cui una persona si identifica con un’altra, o anche il riconoscimento di qualcosa o di qualcuno, in base ai caratteri e ai segni particolari, che non a caso si utilizza spesso con i cadaveri. Una identità cristallizzata infatti non può che significare la morte di una entità.

Ma sulla nave del nocchiero Bolognari non si muore, ma si vive delle scelte. Taormina non è identificata, ma si trova lungo il processo dinamico della costruzione della propria identità. Detta costruzione si riveste dell’aura del racconto e il fluire delle scelte, che sono alla base della “negoziazione“, l’altra dinamica che porta alla quotidiana costruzione, divengono le pagine del romanzo di Taormina. L’identità è il diario di bordo della nave, mentre la direzione, cioè la volontà costitutiva della meta identitaria, è il frutto della negoziazione con tutti i marinai e con l’ultimo membro della ciurma, ognuno chiamato alla realizzazione di una identità da costruire e non da cercare con chissà quale bussola magica.

 

 

 

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